venerdì 30 dicembre 2011

Auguri

Mi fa piacere rivolgere gli auguri di buon anno con questo mio vecchio post
Nel rileggerlo mi sono reso conto che poco, molto poco è cambiato nel nostro Paese. L'unica cosa buona e liberatoria è l'uscita di scena del Re Sole, di cui nessuno sente più la mancanza.
Oggi altri Richelieu ed altri Mazzarino sono all'opera facendo finta di cambiare l'Italia e di far crescere il Paese, lasciando però intatte differenze economiche, povertà diffuse e rancori sociali. 
Anzi mi par di capire che il disagio delle classi più povere sia addirittura aumentato.
Sarebbe bello che l'anno venturo portasse davvero in regalo giustizia ed equità. Monti finora lo dice a parole ma non coi fatti. 
Speriamo che Qualcuno gli illumini la mente.
Senza giustizia non può esserci benessere e senza equità non può esserci pace sociale.
Auguri a tutti!

martedì 27 dicembre 2011

Sogno di Natale


Vorrei suonare la cetra
vorrei cantare la gioia
vorrei sognare 
un mondo diverso
un uomo libero
una società nuova.

Vorrei accendere la lampada
vorrei illuminare il buio
dei miei giorni
vorrei riscaldare il cuore
del fratello che non conosco
dello straniero che cammina con me.

giovedì 22 dicembre 2011

Auguri senza nenie di Natale...


A volte mi sento controcorrente e poco disposto ad accettare le mode. Decido quindi di legare i miei auguri non alle classiche melodie di Natale che spopolano sul web e fuori dal web ma alle allegre note di questo concerto per tromba di G.P. Teleman, anche se - devo ammetterlo - non c'è molto da stare allegri. 
Ad ogni buon conto la speranza è sempre l'ultima a morire. 
L'anno che verrà saprà dirci se abbiamo sperato invano o se le cure da cavallo dei tecnici avranno portato un qualche beneficio all'Italia ed a noi italiani. 
Che Dio ci aiuti!

venerdì 16 dicembre 2011

Portaerei, aerei e dintorni...

Secondo gli esperti questa portaerei ripresa dal satellite dovrebbe appartenere alla Cina. 
Non sono un esperto di fotografia aerea e quindi prendo per buone le conclusioni di chi ne sa di più me. 
Ma non posso fare a meno di osservare due o tre cosette alla portata di tutti:
La disponibilità di una portaerei come questa è: 
- la conferma diretta delle enormi capacità economico-finanziarie della Nazione cinese, che ha raggiunto traguardi tali da consentirle finanche il finanziamento del debito pubblico USA;
-  la dimostrazione di un livello tecnologico di prim'ordine raggiunto in poco tempo;
- la punta di un iceberg che lascia sottindendere una preparazione militare molto accurata anche in tutte le altre componenti delle Forze Armate di quella Nazione, Esercito compreso;
-  l'espressione di una precisa volontà di espansione nel breve-medio termine e, quindi, l'aspirazione ad accrescere enormemente il controllo del mercato su scala mondiale.
In stretta sintesi, prepariamoci a nuove guerre. Questa volta colorate di giallo.
A cercare pretesti per iniziarle non ci vuole poi molta fantasia. 
Come la storia, anche recentissima, insegna!

giovedì 15 dicembre 2011

Le cose sono unite...


"Le cose sono unite da legami invisibili: non puoi strappare un fiore senza turbare una stella!"
 Galileo Galilei


martedì 13 dicembre 2011

Occorrono esempi e fatti...

Ho incrociato questo commento sul web e, condividendolo pienamente, lo pubblico volentieri sul mio blog:
ANDROSNICHOLAS (nick dell'utente)
Leggo il pensiero di napolitano e vi trovo un generale moralismo, che lo ha tutelato dalle critiche ma oggettivamente ha stufato. Dica chi deve cambiare stile di vita! Perchè ci sono milioni di persone che aspettano di cambiarlo nel senso di una vita decente ed un'altra vasta categoria di persone, tra le quali anche il primo cittadino, cui non guasterebbe un deciso cammino verso una sobrietà decente!!
Sono le stesse cose che, a proposito della più alta carica dello Stato, dicevo anche io in tempi ancora non sospetti. 
Ora che la cinghia sono costrette a tirarla le classi più povere, cominci subito a dare l'esempio, senza tergiversazioni o furbeschi rinvii,  anche tutta la classe politica, a partire da Napolitano.
Le parole non incantano più. I moniti - anche se presidenziali - non servono a niente. Servono solo fatti.
P.S.: la minuscola del cognome è tale nel commento di Andros Nicholas.

sabato 10 dicembre 2011

Da "Un'utopia conservatrice"...


 "Venuti al mondo come figli illegittimi, senza eredità, senza legami con quelli che ci hanno preceduto, nelle nostre anime non abbiamo nulla degli insegnamenti anteriori alla nostra esistenza attuale... 
Quello che negli altri popoli è istinto, abitudine, noi dobbiamo farcelo entrare in testa a martellate.
I nostri ricordi non vanno più in là di ieri, noi siamo, per così dire, stranieri a noi stessi... 
È la naturale conseguenza di una cultura tutta importata e d'imitazione. Non c'è da noi uno sviluppo interiore, un progresso naturale: le nuove idee spazzano le vecchie, perché non derivano da loro e ci sono piovute addosso da chissà dove. Siccome prendiamo sempre solo idee già elaborate e fissate, nelle nostre intelligenze non si formano quelle tracce incancellabili che un movimento di idee senza soluzione di continuità imprime negli spiriti facendone la forza. 
Cresciamo ma non maturiamo, procediamo, ma in senso obliquo, in una direzione che non porta alla meta... Soli, sulla terra, non abbiamo dato al mondo nulla, non gli abbiamo insegnato nulla, non abbiamo contribuito per nulla al progresso dello spirito umano, anzi abbiamo snaturato quanto abbiamo ottenuto dal progresso degli altri..."  
Piotr Caadaev, Lettere filosofiche, 1829 (tratto da "Un'utopia conservatrice" di Andrej Waliki, Einaudi editore)  

La ragione per cui il mondo va avanti così lentamente, con grande affanno, senza apprezzabili e duraturi risultati in nessun campo, è tutta in questo pensiero.

venerdì 9 dicembre 2011

Questa non è democrazia...


La nostra è ormai una oligo-pluto-gerontocrazia cammuffata.
Con una qualche venatura di velino-crazia comparsa negli ultimi anni.
La gloriosa democrazia, la quale - ironia della sorte - nacque e si sviluppò proprio nella Nazione che oggi divide con noi lo stesso amaro destino, è ben altra cosa. 
Essa è esercizio consapevole di diritti e di doveri. È condivisione di scelte. È garanzia di ordine sociale e di sviluppo economico. È partecipazione, progresso, civiltà.
Una democrazia veramente funzionante e ben consolidata non manca di produrre i suoi buoni frutti.

Quando il  il terrorismo, con il suo tragico rituale, comincia a farsi sentire, allora vuol dire che la democrazia è gravemente ammalata o, più semplicemente, non esiste più.

Ma se si vuole combattere non solo a parole la violenza, conviene eliminarla alla fonte.
Conviene cioè che le Istituzioni (Banche comprese) siano credibili e che siano servite da persone irreprensibili, serie, giuste, capaci di farle funzionare nell'interesse di tutta la collettività nazionale e sopranazionale.

Ed è quello che, secondo me, ci vuole in Italia.

martedì 6 dicembre 2011

La giovinezza non è...

 
La giovinezza non è un periodo della vita,
essa è uno stato dello spirito,
un effetto della volontà,
una qualità dell'immaginazione,
un'intensità emotiva,
una vittoria del coraggio sulla timidezza,
del gusto dell'avventura sulla vita comoda.

Non si diventa vecchi per aver vissuto un certo numero di anni;
si diventa vecchi perché si è abbandonato il nostro ideale.
Gli anni aggrinziscono la pelle,
la rinuncia al nostro ideale aggrinzisce l'anima.

Le preoccupazioni, le incertezze,
i timori, i dispiaceri,
sono nemici che lentamente ci fanno piegare verso la terra
e diventare polvere prima della morte.
Giovane è colui che si stupisce e si meraviglia,
che si domanda come un ragazzo insaziabile " e dopo?",
che sfida gli avvenimenti e trova la gioia al gioco della vita.

Voi siete così giovani come la vostra fede,
così vecchi come la vostra incertezza.
Così giovani come la vostra fiducia in voi stessi,
così vecchi come il vostro scoramento.
Voi resterete giovani fino a quando resterete ricettivi.
Ricettivi di tutto ciò che è bello, buono e grande.
Ricettivi al messaggio della natura, dell'uomo e dell'infinito.

Se un giorno il vostro cuore
dovesse essere mosso dal pessimismo
e corroso dal cinismo,
possa Dio avere pietà della vostra anima di vecchi

Generale Douglas Mac Arthur ai cadetti di West Point, 1945

domenica 4 dicembre 2011

Chi pranza con la superbia...


"Chi pranza con la superbia cena con la vergogna".
Simon Bolivar (da "Il Generale nel suo labirinto" di Gabriel Garcia Marques)

giovedì 24 novembre 2011

Un "bolscevico": Bossuet


Mi sono imbattuto nei giorni scorsi in un curioso, intransigente sito cattolico che, sinceramente, avrei voluto fare a meno di linkare di nuovo per non dare al suo direttore ed ai suoi redattori soverchia pubblicità ed importanza.
Dal tenore degli argomenti trattati, dal tono delle risposte date ad alcuni miei dissonanti commenti, ho tratto l'impressione che il problema della povertà, la pratica della carità e della tolleranza non sono affatto di casa tra certa gente per bene che, con grande disinvoltura, passa dalla difesa della Messa in latino alla denigrazione di testimoni genuini del Vangelo come don Tonino Bello; tra certa gente che arriva a legittimare, giudicandole secondo teologia, le fortune politiche dell'esponente italiano più in vista della pluto-velinocrazia e, quindi, uno dei più accreditati testimoni di Mammona ma che non spende una parola di solidarietà per i fratelli che si arrabbattano tra le mille difficoltà del vivere quotidiano.
Così, ad esempio, per queste ineffabili persone, avviene che il "pane di ogni giorno" invocato nel Padre Nostro non è certo il pane impastato di farina, lievito ed acqua.
Quell'alimento prezioso e vitale per l'esistenza di tutti - per loro - è tutt'altra cosa. Si tratta di un pane diafano, aereo,  spirituale, teologico e, per questo, perfettamente inadatto a sfamare  pancia e stomaco vuoti.
Allo stesso modo, per questi spiriti eletti, Mammona non è più il denaro, il vile, diabolico denaro che è alla base delle profonde divisioni tra le categorie ed i gruppi sociali ma si identifica (sic) con l'ideologia catto-comunista-dossettiana. Così facendo, si svuotano - con evidente perfidia e con consapevole intenzione - le parole del loro stesso  significato.
Pane è pane. Denaro è denaro. Cristianesimo è Cristianesimo.
E un cristianesimo (la minuscola è voluta) ridotto a pura speculazione teologica, un cristianesimo fatto di cieli ma senza la terra, un cristianesimo arroccato su dogmi e visioni mariane, un cristianesimo edulcorato da sacricuorismi e sentimentalismi, un cristianesimo svuotato del messaggio rivoluzionario delle origini, un cristianesimo condito unicamente di riti e formalismi semipagani ma senza il sale del Vangelo, un cristianesimo non in grado di cambiare il mondo, un cristianesimo che non riesce a calarsi nella vita e nei bisogni delle persone, un cristianesimo sordo alle necessità del povero, un cristianesimo che strizza l'occhio al potere divenendo esso stesso strumento di potere, un cristianesimo chiuso tra le mura delle sacrestie, un cristianesimo con le mani perennemente giunte per evitare di sporcarsele al contatto con la miseria, un cristianesimo che pretende di salvare solo le anime dannando i corpi, un cristianesimo -  infine - dal quale è assente la sobrietà, non è il Cristianesimo con la C maiuscola.
Non vorrei passare per un marziano o per uno che vive in un mondo tutto suo assecondando inguaribili inclinazioni al pauperismo. Credo al contrario di essere in ottima compagnia.
Le voci degli apostoli, le voci dei padri della Chiesa, le pagine più intense del Vangelo risuonano del richiamo drammatico, insistito, persuasivo alla miseria. Il Cristianesimo è nato e si è sviluppato nelle umili comunità degli ultimi, dei poveri, degli schiavi. Il corpo dei fedeli ha scosso le fondamenta del regime pagano e rovesciato un mondo unicamente ad opera di questa oscura maggioranza composta da disprezzati  e da diseredati. 
San Giacomo e Paolo proclamavano i poveri "eredi del Regno", san Giovanni Crisostomo e san Gerolamo denunciavano le oppressioni della ricchezza. Nella città di Dio il primo posto l'ha sempre avuto colui al quale nulla appartiene.
Oggi pare che non sia più così. Al primo posto siedono (e con tutti gli onori) coloro che sguazzano nella ricchezza.
La rivoluzione della croce fece appello non ai ricchi ed ai possidenti della terra ma a coloro che il mondo disprezza a causa della loro miseria.
Tutto questo dovrebbe essere ben chiaro alla mente ed al cuore di ogni cristiano.
A Bossuet, per esempio, tutto questo era chiarissimo.
Ecco cosa diceva puntando il dito verso i nobili del suo uditorio durante i celebri sermoni al Re ed alla Corte di Francia:
"Muiono di fame nelle vostre terre, nei vostri feudi, nelle città e nelle campagne, alla porta e nei  pressi dei vostri palazzi, e nessuno accorre in loro aiuto".
Ed ancora:
"I poveri che voi tanto disprezzate Dio li ha fatti suoi tesorieri ed esattori generali; Egli vuole che si consegni nelle loro mani tutto il danaro che deve entrare nei suoi forzieri".
"Nel suo primo piano la Chiesa non è stata costituita che per i poveri; essi sono i veri cittadini della beata città che la Scrittura ha chiamato la città di Dio".
"Le grazie appartengono di diritto ai poveri, e i ricchi non le ricevono che dalle loro mani".
"La chiesa di Gesù Cristo è veramente la città dei poveri. I ricchi, non ho timore di dirlo, in questa loro qualità di ricchi, - poichè bisogna parlare correttamente, - i ricchi appartengono al seguito del mondo e portando per così dire il suo conio, non vi sono che tollerati; ai poveri, agli indigenti, che portano il segno del Figlio di Dio, spetta propriamente esservi ricevuti."
Queste le parole pronunciate davanti al Re: "Considerate i vostri accusatori, sono i poveri che si leveranno contro la vostra inesorabile durezza".
E questi gli appunti affrettati e incompiuti del Vescovo francese per il sermone del Venerdì Santo:
"Dio ascolta le maledizioni dei poveri; le ascolta e le castiga: per giustizia contro di essi, per giustizia contro di noi...Le loro mormorazioni, giuste. Perchè questa ineguaglianza di condizione? Tutti formati dello stesso fango...".
Se un prete o vescovo dicesse oggi a bassa voce le stesse cose che Bossuet aveva il coraggio di gridare al cospetto del Re Sole, verrebbe etichettato da certa gente per bene come comunista, bolscevico o cattocomunista-dossettiano.
Ma chi ispirò Bossuet, chi ispirò don Tonino Bello, chi  ispira ogni cristiano maturo e consapevole è lo stesso Dio dei poveri, che morì suppliziato, fuori porta, per ordine dei ricchi e dei potenti ma che volle morire.
E Bossuet, sempre rivolgendosi ai nobili, li invitava sì a contemplare qualche eccellente pittura del Crocifisso ma al tempo stesso li esortava a guardare con occhi di com-passione qualcosa di meglio e più alla nostra portata: la miseria umana, "pittura viva e parlante che dà l'espressione naturale di Gesù morente". 
Lo stesso Paolo del resto scriveva: "Gesù sofferente nei poveri, abbandonato nei poveri, paziente nei poveri".
Da questo principio derivano conseguenze pratiche che recano pregiudizio al nostro benessere, al nostro andazzo, a tutto il complesso di negligenze e di complicità su cui fondiamo la nostra vita. 
I cristiani non sono chiamati  a salvare situazioni sociali, né abitudini, né agi. Troppo spesso si crede di difendere valori superiori e non si coprono che sordidi interessi.
Ad essi viene chiesto semplicemente di riconoscere nel volto del povero il volto stesso di Dio.
Il giudizio verterà solo ed unicamente su questo. I cristiani che avranno dato esclusiva importanza ai dogmi o alle pratiche religiose e non avranno tradotto in comportamenti pratici il memorabile discorso della montagna e la splendida pagina del giudizio finale (Matteo 25, 31-40) non credo che potranno avere molte possibilità di salvezza.
P.S.: questo mio post deve molto ad un aureo libricino (di appena 99 pagine ma denso di pensiero) che mi colpì negli anni della mia giovinezza e che, ancor prima del catechismo di Santa Romana Chiesa, proporrei a tanti cattolici o a tanti cristiani "frivoli e leggeri". Eccolo. Le parti in corsivo sono tratte quasi integralmente dal capitolo III.

sabato 19 novembre 2011

Non parlare...

 "Non parlare mai in pubblico dei potenti.
Se ne parli male, rischi noie; se ne parli bene, menti".

Pietro il Grande, Imperatore di Russia

venerdì 11 novembre 2011

Una beatificazione (forse) mancata...

Vorrei mettere al corrente i miei 4 lettori di ciò che mi è capitato di incrociare in questi giorni nel vasto e variegato mondo del web, le mie reazioni in merito e le indignate controreazioni.

Per concludere questa nostra lunghissima analisi su Tonino Bello, durata per quattro puntate nell’arco di più di un mese, affidiamoci alle parole di un suo confratello nell’episcopato che lo conobbe, il vescovo emerito di Senigallia Oddo Fusi Pecci: «Ho conosciuto Tonino Bello e non ne conservo buona idea. Persona degna sul piano personale, ma io sono contrario alla sua beatificazione. Dottrinalmente e teologicamente era molto arruffone, confuso, specie in tema mariano; poi svolgeva il compito di pastore e di vescovo con approssimazione e confusione, con populismo e demagogia, sposando modi contrari alla Chiesa, modi che ingeneravano false idee nei fedeli. Quando parlava non si sapeva se parlava il vescovo o la persona e questo danneggiava la Chiesa. Fu un demagogo, amante troppo della pubblicità e della gloria personale». 

Tale la conclusione di una serie di tre lunghi post apparsi su questo blog.

Ed ecco i miei commenti, le relative risposte in grassetto (come usa lui) di un mastino (sic) dell'ortodossia e di una blogger di nome Ester.

Se vogliamo un cristianesimo annacquato che non serve a nulla e a nessuno se non ad una chiesa al servizio del potere, va tutto bene! Ma se vogliamo restituire al Vangelo tutta la sua forza rivoluzionaria in grado di cambiare il mondo, allora dobbiamo ritornare al discorso della montagna (che è la magna charta del cristianesimo) ed ancor più al grandioso e terribile capitolo di Matteo. 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me».(Mt 25, 31-40) 
Don Tonino Bello ha testimoniato con la vita e con i comportamenti pratici non solo la bellezza e la perenne attualità delle beatitudini ma anche l’impegno concreto e non a chiacchiere per gli ultimi. E se questo non lo fa la Chiesa, i suoi sacerdoti, i suoi vescovi, chi altro lo deve fare?

Bello non ha testimoniato le beatitudini, ha testimoniato lo “spirito del concilio” di dossettiana memoria. E poi non basta essere delle brave persone per avere un culto pubblico. Ci sono delle brave persone anche tra gli atei, ma non possiamo inserirle nel canone dei santi. Ricordati, caro navigante che porti il nome dello Sposo di Maria, che la più grande opera di Carità verso gli “ultimi” è condurli alla Verità: Cristo Gesù. Se riempi le loro pance ma non le loro anime, non sei cristiano, ma un filantropo qualsiasi. Pensa alla Beata Teresa di Calcutta, colei che, nel XX secolo, ha fatto per gli “ultimi” molto più di chiunque altro. Un giornalista una volta gli chiese quale fosse la più grande disgrazia per l’India. Il giornalista credeva che lei rispondesse la miseria, la dittatura, ecc… Lei rispose papale papale: “Non conoscere Gesù Cristo”. Se il mondo cancellasse la miseria, ma anche l’importanza di Dio, sarebbe mondo più misero e miserabile di tutti i tempi.

Cara amica dal bel nome biblico, la pancia – incredibile a dirsi – vien prima dell’anima. Lei ed io commentiamo sul post di questo blog (almeno per me inquietante!) perché sia Lei sia io abbiamo la pancia piena. Ma per tornare a Don Tonino Bello, io posso affermare con certezza che questo sant’uomo, dalla sottana lisa e dalle scarpe consumate, ha praticato con coerenza le Beatitudini ed ha ancor di più messo in pratica gli impegnativi doveri del cristiano quando si trova davanti al povero ed allo sfrattato. Le stanze del suo vescovado – come Lei ben saprà – furono messe generosamente a disposizione di alcune famiglie bisognose di Molfetta da Mons. Bello. Madre Teresa di Calcutta – al vertice di un Ordine ricchissimo – ha praticato la carità a metà. Lei si è fatta curare nelle cliniche più costose ma ai suoi ammalati venivano rifiutati anche gli analgesici nella presunzione che il loro dolore si sarebbe assommato alla sofferenza del Salvatore!

“La pancia prima dell’anima”. Ecco l’ennesimo frutto di don Bello. Semmai avessimo avuto dubbi sui suoi frutti e su chi era il padrone dell’albero. I suoi conati di veteroprogressismo materialista li riservi d’ora in poi ad altri siti, mi faccia ‘sto piacere. E la smetta di utilizzare un vescovo cattolico come paravento alla sua ideologia politica.  

Ringhiante e intollerante Mastino (sit nomen omen!), provi lei non dico a stare con la pancia vuota ma solo ad immaginarlo. Forse si renderà conto da solo che l’anima non potrà mai soccorrere nessun affamato di questo mondo in preda ai crampi della fame.Una mano amica,solidale, caritatevole sì! La povertà,la miseria,l’indigenza in cui versano tanti fratelli sono il banco di prova di un vero cristiano. I dogmi,i formalismi, le ipocrisie, i riti, i bigottismi non serviranno a nulla davanti al Giudice ultimo. Il Suo giudizio verterà unicamente su ciò che in pratica lei, io, gli altri abbiamo fatto per il povero, per lo straniero, per l’affamato, per l’assetato, per l’ammalato
Non dovremo rispondere d’altro. La saluto e tolgo il disturbo. 

A parte il fatto che in Puglia non c’era tutta questa gente con la pancia vuota. A parte che questi ragionamenti li facevano quelli della Teologia della Liberazione che al posto del pane alla fine offrirono un mitra. Detto questo il compito del cattolico è la carità: che prevede l’aiuto al bisognoso, per salvarne il corpo, e subito dopo la carità della Verità, per salvarne l’anima. Ma naturalmente lei è un ateo militante che si finge cattolico per dare più credibilità “cattolica” ai suoi deliri ideologici. E’ l’ideologia che le interessa, non il destino dei poveri, nella duplice forma di povertà materiale e spirituale. Come per tutti i comunisti. Ha persino osato oltraggiare madre Teresa, per difendere l’icona vendoliana e ideologica che intorno a Tonino Bello, strumentalizzandolo, avete costruito per i vostri sporchi affari ideologici. 
SE PUBBLICO IL SUO COMMENTO, E’ SOLO PER DIMOSTRARE A TUTTI COSA E’ IL TONINOBELLISMO, E TUTTO QUESTO UN GIORNO DOVRà SERVIRE A BLOCCARNE I PROCESSI CANONICI. NON è TONINO BELLO CHE GIUDICHIAMO, SONO I SUOI FRUTTI VELENOSI: DA VENDOLA SINO A LEI. 

Infatti Giuseppe ha dimostrato di non essere legato a Bello, il quale era devotissimo di Madre Teresa, ma a ciò che rappresenta: l’abbandono dell’ortodossia cattolica per l’ortoprassi pseudo-cattolica.

A proposito di atei e di atei militanti le rispondo con un pensiero non mio che però condivido pienamente: “Ci sono atei di un’asprezza feroce che tutto sommato si interessano di Dio molto di più di certi credenti frivoli e leggeri.”
(Pierre Reverdy)
E, dopo aver letto i vostri due ultimi commenti, mi sono perfettamente reso conto del perché il cristianesimo – dopo circa 2000 anni – è rimasto per molti autentica lettera morta e non ha costituito il lievito vitale per l’uomo e per la società in cui egli vive.

Ritengo che - a prescindere da tutte le elucubrazioni di chi vuole offuscarne a tutti i costi la memoria - don Tonino Bello sia stato un autentico testimone del Vangelo. Come tutti i testimoni appassionati, non dubito che anche Lui abbia commesso delle imprudenze in un ambiente, come quello ecclesiastico, pieno di scaltrezze, di gelosie e di opportunismi. 
Ma un vero profeta non fa calcoli di sorta. Egli parla in nome di Dio. 
Così ha fatto il Vescovo di Molfetta, che per la maggior parte delle persone semplici è già santo, come santi sono milioni di uomini e donne per bene ma nascosti.
La canonizzazione è altra cosa. 
Essa è affare del Vaticano e, poiché pure i santi hanno un costo, è affare anche di chi ha soldi da spendere e da investire in queste lucrose attività.

mercoledì 9 novembre 2011

Grande don Milani!


« Il giorno che avremo sfondato insieme la cancellata di qualche parco, installato la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordati Pipetta, quel giorno ti tradirò, quel giorno finalmente potrò cantare l'unico grido di vittoria degno di un sacerdote di Cristo, beati i poveri perché il regno dei cieli è loro. Quel giorno io non resterò con te, io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso. »
("Lettera a Pipetta", scritta da Don Lorenzo Milani a un giovane comunista)

domenica 6 novembre 2011

Il lavoro è...


Il lavoro è l'amore rivelato.
Se non potete lavorare con amore
ma soltanto con disgusto,
abbandonate il vostro lavoro
per sedervi alle porte del tempio
e ricevere le elemosine di coloro
che operano nella gioia.

K. Gibran

venerdì 4 novembre 2011

La precarietà dell'amicizia


"Donec felix eris multos numerabis amicos; tempora si fuerint nubila, solus eris".

"Fino a quando sarai felice (cioè nell'agiatezza), avrai un sacco di amici; quando (per te) le cose si metteranno male, rimarrai solo".

Proverbio latino

lunedì 31 ottobre 2011

I profeti sono ancora tra noi

QUI LA META E' PARTIRE
con Francesco Comina
prefazione di Ettore Masina
La meridiana, 2005

"Il mio professore di filosofia un giorno, guardandomi negli occhi, mi disse: "Tu sei questo uomo cosmico". Solo dopo compresi il senso. Ecco perchè io non mi sento spiritualmente vecchio. Sento che la storia e l'umanità palpitano ancora dentro di me" (Arturo Paoli)
In questo libro, curato dal giornalista Francesco Comina, sono raccontati i quasi cent'anni di Arturo, il suo impegno durante il fascismo, l’eco del Concilio, le speranze, l’affermarsi e le ragioni della Teologia della liberazione, il cammino delle Chiese dell’America latina e soprattutto il suo cruccio e la sua ragion d’essere: l'altro.

LA PREFAZIONE di ETTORE MASINA
Man mano che la vecchiaia mi grava addosso e vedo crescere intorno a me la tenerezza dei miei figli, torno col pensiero al mito di Anchise, il padre che Enea si porta sulle spalle mentre cammina verso un nuovo destino. Ma questa volta il mito non mi sorregge perché devo parlare di una persona che ha sedici anni più di me.
A osservarla mentre se ne sta in silenzio, quella persona sembra un vecchietto lindo e sorridente, un po' curvo (ma certo non tanto se si pensa che è nato nel 1912), con una bella chioma bianca: immagine rassicurante, di buon nonno, persino somigliante a quella di certi spot pubblicitari; ma quando il vecchio Arturo Paoli viene invitato a parlare, allora sembra rivestire il mantello del profeta Eliseo e la sua voce grida un vangelo inquietante.
La voce di Arturo Paoli, come ben sanno i suoi ascoltatori, è innanzi tutto un miracolo fisiologico: viene da polmoni giovanissimi che le consentono di dispiegarsi in chiese e in aule di convegni tanto da far vibrare le fibre dei tavoli e i vetri delle finestre. Mi ha detto una volta uno pneumologo: "Quest'uomo respira Spirito Santo". Le parole che questa voce ci rivolge non sono mai aspre né minacciose, improntate, invece, a tenerezza per noi, ma severe nei confronti delle nostre coscienze e dei costumi e istituzioni dietro le quali cerchiamo di nasconderci. Come mostrano con ogni evidenza le pagine che leggerete qui di seguito, amorosamente compilate da Francesco Comina (lui sì Enea accanto ad un Anchise, che però preferisce camminare da solo), le parole che Arturo grida o scrive (o canta, come vedrete) più che indicarci i nostri infantili peccati personali ci additano l'enorme, genocida peccato collettivo, la arrogante risposta corale degli innamorati del potere - e di noi troppo spesso loro pavidi servi - alla domanda del Creatore: "dov'è Abele?" "E chi lo sa? Siamo forse i custodi dei nostri fratelli?" rispondono e rispondiamo. "Sì, grida il Signore con la voce di Arturo: sì, per questo vi ho creato: perché vi prendiate cura l'un l'altro di voi". Il vecchio amatore di filosofi è ormai convinto che "metafisica" e "trascendenza" siano parole che acquistano senso soltanto quando nascono dal coraggio di affrontare gli occhi di chi soffre.
Dietro questa convinzione e testimonianza di Paoli c'è ovviamente la sua esperienza storica. Egli ha il grande privilegio della lucidità senile: la quale diventa straordinario aiuto a quanti sanno che la memoria del passato è lezione preziosa per il futuro. Il nostro amico (e maestro) era bambino mentre in Messico e a San Pietroburgo sventolavano le prime bandiere delle rivoluzioni popolari; imparava a leggere e scrivere mentre in Italia venivano incisi nei marmi delle lapidi menzognere i nomi di centinaia di migliaia di poverissimi analfabeti, gettati nella fornace della prima guerra mondiale, e i reduci tornavano piagati e piegati dall'amarezza di una giovinezza perduta. Era un ragazzo quando vedeva le piazze della sua Lucca segnate dalla violenza fascista; entrava in ginnasio mentre Mussolini liquidava con ferocia la democrazia parlamentare; era un prete di 32 anni quando la crudelissima persecuzione degli ebrei lo spinse a rischiare la vita per salvare le vittime dell'odio di Stato e, quando, pochi mesi più tardi, si alzarono nel cielo i funghi velenosi dell'apocalisse atomica: Auschwitz e Hiroshima, supreme barbarie di un secolo. Più tardi avrebbe assistito in America Latina a orrendi regimi militari e resistenze eroiche, a spaventosi eccidi, al martirio degli empobrecidos; avrebbe ascoltato le spaventose notizie che filtravano dalle camere della tortura, e visto crescere un nuovo classismo (capitalista), una nuova lotta di classe con la quale un'oligarchia della quale facciamo parte, più o meno volontariamente riduce all'insignificanza interi popoli - e alla fame.
La strada sui cui Arturo cammina da 93 anni è fiancheggiata dai ruderi di molte ideologie, speranze, illusioni, civiltà, filosofie, piccoli Mozart (per dirla con Saint-Exupèry) assassinati dalla miseria. Sulla stessa strada ha camminato la Chiesa, la "sua" Chiesa: quella che egli enormemente ama ma della quale conosce il dramma di essere semper casta et meretrix, come la definivano gli antichi Padri: congregata intorno al Crocifisso risorto e però popolata da uomini quasi sempre, quasi tutti, infedeli per viltà e per egoismo.
Molte di queste infedeltà hanno segnato anche le spalle di Arturo, e un po' anche quelle di chi ha vissuto una parte della sua storia. Ricordo con dolore gli anni fra il 1948 e il 1958. 
Ero nel Consiglio diocesano della Gioventù italiana di Azione cattolica di Milano, ribelle, di quando in quando, agli ukase che giungevano dalla Roma vaticana. Rifiutavamo di entrare nel "grande" partito anticomunista nel quale Luigi Gedda, con il compiacimento di Pio XII e della Confindustria, avrebbe voluto fondere le "truppe" cattoliche, i fascisti, le forze padronali, le massonerie militari e via dicendo, per una guerra di religione. Ci capitava, per incoraggiarci nei momenti bui, di fare un censimento dei nostri "protettori" romani: elencavamo monsignor Montini, monsignor Dell'Acqua, Carlo Carretto (più tardi Mario Rossi), don Arturo Paoli… Salvo Dell'Acqua, tutti gli altri furono esautorati e dispersi nei "giorni dell'onnipotenza", gli ultimi tempi pacelliani.
Perdemmo allora (persi) notizie di Arturo, poi seppi che si era imbarcato sulle navi che trasportavano i nostri emigranti nella soccorrevole Argentina di Peròn. Poi che si era fatto Piccolo Fratello. Poi disparve nuovamente (o mi sembrò) nel tragico panorama dell'America Latina: villas-miserias, poblaciones, favelas, cantegriles. Il Cristo che vi raggiunse era esigente, imponeva conversioni; ma era anche un Risorto fraterno, talvolta festoso. Ricordo l'emozione con il quale ricevemmo durante il Concilio una lettera inviata da lui a Mario Rossi: ci chiedeva di essere attenti a che l'assemblea di tutti i vescovi della Terra non diventasse un momento "giacobino", cioè il tentativo di riformare soltanto intellettualmente la Chiesa, senza imprimerle il segno e il linguaggio dei poveri nei quali il Cristo si è identificato.
Per questo il vecchio indomito torna e ritorna fra noi, lasciando le sue nuove patrie. Viene come un messaggero. Ci porta il vangelo non più glossato dai seriosi teologi nelle celle dei conventi o nelle aule delle università ma restituito alla sua rischiosa purezza dall'esperienza dei poveri, dalla loro concretezza, dal loro ammaestramento così eloquente anche quando è silenzioso. Ricordo un aneddoto raccontato una volta da Arturo. Era da alcuni giorni in un poverissimo villaggio dell'America Latina quando gli arrivò un pacco di posta. Vi trovò, fra l'altro, una notificazione della Congregazione vaticana per il culto divino nella quale si disponeva che per la consacrazione eucaristica si usassero soltanto calici rivestiti internamente d'oro o d'argento. Rise, Arturo: "Avevamo appena celebrato la messa, come ci sembrava doveroso, nella capanna di una poverissima vedova; e naturalmente come calice avevamo usato un bicchiere scheggiato. Quella notificazione ci divertì grandemente. Fu motivo di ricreazione, di elevazione…".
Tornando e ritornando dalla Chiesa dei poveri, ogni volta mi sembra che ci scruti, temendo che il sistema in cui siamo più o meno tranquillamente insediati ci rubi il cuore. Da qualche anno ha incontrato il pensiero del grande filosofo Levinas (anche lui povero: profugo, straniero), gli ha dedicato uno dei suoi numerosi libri e ne rilegge continuamente gli insegnamenti. Dire, come Levinas, che dobbiamo darci in ostaggio al volto dell'altro, del fratello che soffre, gli sembra una versione dell'evangelo, riletta finalmente da un filosofo disposto a chinarsi sui dolori e le speranze dei poveri, né lo arresta il fatto che Levinas non fosse (o non si dicesse) cristiano. Ma io credo che Arturo piuttosto che leggere libri preferisca intendere le voci della Terra: il fragore delle cascate di Iguaçu, presso cui abita, che sembra l'immenso grido dell'America Latina ferita dall'ingiustizia e lo strillo gioioso del bambino che egli accarezza nella "sua" favela; le canzoni dei giovani che vogliono la pace e il sussurro di chi gli affida i suoi problemi: è un salmo che lo accompagna e che lui, all'alba, canta mentre il sole ancora un volta sorride alle sue 93 primavere…

Stamattina ho incrociato casualmente questa perla e voglio condividerla con i miei 3-4 lettori. 
I concetti espressi li sento così vicini alla mia visione del mondo, così in sintonia con le mie corde, che - se ne fossi stato capace - avrei voluto scriverla io questa splendida pagina. 
Ma so bene che ci vuole un cuore grande ed una mente lucida per certe cose.
Mi accontento di leggerla e di meditarla!

giovedì 27 ottobre 2011

Una consolazione della vita (2)


Qualcuno potrebbe dire: gli amici. 
Ma gli amici sono precari al pari della vita e delle sue fortune. Dum felix eris multos numerabis amicos...
In genere l'amico ti è vicino fino a quando tu puoi essergli utile. Quando invece sei tu ad  aver bisogno di lui, l'amico è quasi sempre pronto ad eclissarsi. La mia esperienza mi porta a non fidarmi troppo degli "amici" e a non considerarli al di sopra dei loro effettivi meriti. Siamo spesso noi stessi che, seguendo una visione classica e pura dell'amicizia, li idealizziamo oltre il dovuto. 
Proprio per questo rimaniamo profondamente delusi dai comportamenti poco"amichevoli" degli amici. Del resto anche io temo di averne deluso più d'uno. Non è quindi tra loro che va cercata la consolazione e il conforto della vita.
Per conto mio essa risiede nell'amore, nell'affiatamento, negli affetti e nella solidarietà che viene ad instaurarsi tra le persone più care: moglie, figli,  padre,  madre sono quelli che generalmente non tradiscono mai e non vengono mai meno nel momento del bisogno.
La consolazione porta il loro nome (almeno per me).

mercoledì 26 ottobre 2011

Una delle consolazioni della vita

La musica è certamente una consolazione della vita; aiuta la spirito a levarsi in alto; è in grado di toccare le corde più intime dei sentimenti umani; può dire ancora meglio delle parole l'amore, la dolcezza, la pace, lo sconforto, la rabbia, la speranza. Essa è un vero balsamo per l'anima.
La musica sacra poi è pura contemplazione, meditazione e preghiera.
Ed alcune composizioni polifoniche sembrano assomigliare esse stesse alle ardite architetture gotiche delle nostre bellissime cattedrali nelle quali una volta venivano eseguite.

domenica 23 ottobre 2011

E la Chiesa cosa fa?

"Dopo aver messo da parte Dio, o averlo tollerato come una scelta privata che non deve interferire con la vita pubblica, certe ideologie hanno puntato a organizzare la società con la forza del potere e dell’economia. La storia ci dimostra, drammaticamente, come l’obiettivo di assicurare a tutti sviluppo, benessere materiale e pace prescindendo da Dio e dalla sua rivelazione si sia risolto in un dare agli uomini pietre al posto del pane."
Benedetto XVI 

Non mi convince del tutto questo discorso. 
Se fosse così, oggi, dopo duemila anni di cristianesimo, dovremmo finalmente abitare in un mondo senza più pietre al posto del pane, dovremmo vivere in un mondo di fratelli, dovremmo far parte di una società definitivamente avviata verso la giustizia e sempre più proiettata verso la pace e la concordia tra i popoli. 
Dovremmo, in una parola, abitare in un pianeta nel quale non dovrebbero più esistere gli scandalosi divari tra stati ricchi e stati poveri.
Cosa che non si vede adesso né si è mai vista prima da nessuna parte (nemmeno in quello Stato pontificio che avrebbe dovuto dare l'esempio di come si mette in pratica il Vangelo e che invece eresse a sistema di potere la ricchezza, il lusso, la magnificenza dei palazzi, lo splendore delle chiese e il rigido controllo delle masse). 
Ma, quel che preoccupa di più, è che i Paesi egemoni del pianeta, quelli cioè che dichiarano oggi le guerre, quelli che impongono le loro inflessibili leggi economiche e finanziarie, quelli che assistono con incredibile cinismo al progressivo aumento della povertà e della fame nel mondo, sono gli stessi nei quali le cosiddette radici cristiane avrebbero dovuto favorire - e ormai da tempo - lo sviluppo integrale dell'uomo e della società.
Basta guardarsi in giro per vedere che non è esattamente così. Anzi!
Con buona pace di Benedetto XVI e delle sue ispirate parole di circostanza.

venerdì 21 ottobre 2011

Due parole di pietà

Non amo le dittature né i dittatori; non ho alcuna simpatia né per quelli duri né per quelli morbidi; non ho alcuna stima per coloro che, nell'esercizio del comando, credono di essere al centro dell'universo, ritenendosi padroni del mondo e non invece al servizio degli altri; detesto -  in una parola - chi esercita il potere in forme violente e autoritarie, ostinandosi a mantenerlo a qualsiasi costo, anche quando le circostanze consiglierebbero un'uscita di scena prudente e onorevole.
Ma non posso esimermi dal condannare la violenza di chi questa stessa violenza ha voluto punire. Non posso fare a meno di esecrare la barbarie che vuole eliminare la barbarie. Non posso mancare al dovere cristiano del compianto su un morto che è in primo luogo vittima di se stesso e della sua tragicomica mania di grandezza ma che è stato cancellato dalla storia da una spietata condanna a morte eseguita per mano di un disinvolto diciottenne senza rispetto per la vita e per gli uomini. 
Se la nuova democratica Libia nasce in questo modo, c'è poco da stare allegri. 
Allegri saranno solo gli Stati che hanno voluto la fine di Gheddafi per i loro particolari interessi economici.
Per questo la giovane Madre pietosa di michelangiolesca memoria cede oggi il passo ad una madre dal cui volto sono del tutto assenti i caratteri della pietà e del dolore.
Il cinismo del nostro tempo si rivela anche in questo.
P.S.: Brava Angela!

giovedì 20 ottobre 2011

martedì 18 ottobre 2011

Un bambino è...

Un bambino è qualcuno che proseguirà ciò che avete intrapreso.
Egli siederà nel posto in cui voi siete seduti e, quando ve ne sarete andati,
dedicherà le sue cure alle questioni che oggi voi ritenete importanti.
Voi potete adottare tutte le linee di condotta che vorrete,
ma a lui spetterà il modo di metterle in opera.
Egli prenderà la direzione delle vostre città, stati e nazioni.
Prenderà il posto nelle vostre chiese, scuole, università, corporazioni e le amministrerà.
Tutti i vostri scritti saranno giudicati, lodati o condannati da lui.
La sorte dell'umanità è nelle sue mani.

Abramo Lincoln

giovedì 13 ottobre 2011

Fai sempre del bene ma...

Benefica sempre ma ricorda! Di 100 beneficati:
- 40 non ti guarderanno più in faccia perché non vorranno ricordare che tu li hai beneficati;
- 25 riterranno essere stato tuo dovere beneficarli;
- 10 pretenderanno da te benefici maggiori;
- 24 ti renderanno in male il bene ricevuto;
-   1 solo (forse) ti sarà grato!

martedì 11 ottobre 2011

Se per assurdo...


"Se per assurdo, sul mio letto di morte, mi si dimostrasse con perfetta evidenza che ho sbagliato, che non vi è altra vita, perfino che non c'è Dio, non potrei rimpiangere di aver creduto.
Penserei che mi sono onorato credendo, che se l'universo è qualcosa di idiota e di disprezzabile, tanto peggio, che il torto non è in me d'aver pensato che Dio esiste ma in Dio di non esistere".
(A. Valensin)

sabato 8 ottobre 2011

Ancora due parole su Barletta e sul crollo

Un mio amico di blog, nel suo stringato ma efficace commento al post precedente, suggeriva che si poteva aggiungere molto altro (o addirittura troppo) alla foto che pubblicavo e che ora ripubblico.
Aveva perfettamente ragione. Per questo ritorno sull'argomento.
Barletta, operosa e vivace città vicina alla mia, è diventata in un sol giorno il simbolo di tutto ciò che in Italia non va. 
Non va la scandalizzata ipocrisia dei politici che non hanno fatto nulla per assicurare dignità e continuità al lavoro; non va la mancanza di sensibilità nei confroni delle cinque vittime e dei loro familiari  i quali, nel momento del dolore, avrebbero certamente gradito avere vicino qualcuno dei vertici istituzionali che - guarda caso - brillavano tutti per assenza; non va la confusione che è stata fatta ad arte sulle due distinte tragedie, quella del lavoro che manca (non solo al Sud) e quella della sciatteria, della protervia di certi pubblici uffici; non va che un presidente del Consiglio sia corso il giorno dopo (presumo con volo di Stato) dal suo amico Putin per una festa di compleanno come se nulla fosse successo in Patria il giorno prima, come se il Paese che gli si è colpevolmente consegnato non avesse i gravissimi problemi che ha, come se l'essere a capo di un Governo significasse per lui  uno spensierato, continuo esercizio di trastulli e festini a casa e fuori casa; non va che un presidente della Repubblica non sia stato capace di modificare per sole quattro-cinque ore la sua agenda; non va che la presenza del capo dello Stato sia stata finora riservata puntualmente alle esequie degli eroi in divisa e quasi mai ai funerali di altri eroi non in divisa ma degni di essere onorati allo stesso identico modo; non vanno i moniti  presidenziali ciclostilati; non vanno i telegrammi di cordoglio pagati con i soldi dei cittadini; non vanno le lacrime di coccodrillo; non vanno le scontate parole in liberta di parolai strapagati; non vanno le promese di altri parolai già pronti a prenderne il posto; non va nulla di nulla.
Ci vogliono fatti e non parole, ci vogliono persone serie a reggere la cosa pubblica, ci vogliono veri servitori dello Stato e non parassiti di Stato. 
Ci vuole un radicale cambio di mentalità e di comportamenti per ricostruire dalle fondamenta ciò che è ormai definitivamente crollato.
Ci vuole piazza pulita, c'è bisogno di aria nuova, è necessario cambiare registro.
Via gli impassibili burocrati di Stato, via i faccendieri senza scrupoli, via i puttanieri con le  loro orride corti.
Barletta ed il sacrificio delle sue vittime  potrebbero servire anche a questo.

martedì 4 ottobre 2011

La rabbia e l'impotenza


Sembra che tutto in Italia vada in malora. 
Nella giornata di ieri è crollata una palazzina a Barletta ma - con la sentenza di Perugia - ha ricevuto un pesante scossone anche la residua fiducia dei cittadini nei giudici.
La crisi italiana non è solo economica. Essa nasce da lontano ma oggi diventa ancora più acuta perché alimentata e favorita dal crescente distacco della gente da coloro che dovrebbero rappresentarla e tutelarla. Un'intera classe di politici, arroccata nella sua torre d'avorio, si è resa sommamente invisa al popolo per non saperne interpretare necessità e bisogni; un'intera classe di tecnici ed amministratori locali non gode più né della stima né della considerazione da parte dei propri concittadini costretti a lottare contro leggerezze, ottusità, burocrazia; una parte cospicua della Chiesa, quella ufficiale e paludata, quella al servizio del potere, quella chiusa nei sacri palazzi, vive lontana e distante dagli ultimi; la stessa Magistratura non appare più al servizio della giustizia ma sembra asservita a giochi politici di parte o limitata da pressioni internazionali.
In questo desolato contesto sono sempre e soltanto i più deboli a pagare. Sono sempre e soltanto i più emarginati a scontare - anche con la propria vita - inefficienze, inerzie e carenze di ogni tipo.
Ma dove va il nostro infelice Paese? Chi e come potrà salvare l'Italia?

sabato 1 ottobre 2011

Beati i ricchi e i banchieri!


Il fondo salva-stati  ricoprirà d'oro banche e speculatori lasciando la Grecia in mutande. I governi hanno chiesto anche ai banchieri di firmare il patto. E i nostri ministri finanziari decideranno il relativo piano nei prossimi giorni.
Gli aiuti dell'Europa per salvare la Grecia rischiano così di andare dritti dritti alle banche.
Ma le banche non hanno necessità di essere soccorse. L'aiuto alle banche altro non sarebbe che una ulteriore possibilità di arricchimento per i banchieri e i loro sodali.
Del resto tutti ricordiamo gli aiuti dello Stato italiano concessi a piene mani alla FIAT. Forse che quei miliardi  sottratti all'erario sono stati utili a mantenere i posti di lavoro degli operai o sono piuttosto andati ad accrescere ancora di più i pingui forzieri all'estero della famiglia Agnelli? 
I soldi pubblici devono servire alle pubbliche necessità e impiegati esclusivamente per venire incontro a chi ha effettivamente bisogno di essere aiutato.
Uno Stato solidale e attento ai suoi cittadini si comporta a questo modo! Uno Stato che fa preferenze di persone consentendo arricchimenti  e privilegi ad una ristretta cerchia di persone è uno Stato non degno di questo nome. Uno Stato che strizza l'occhio ai potenti  passando sulla pelle dei poveri sarebbe più giusto definirlo una consorteria di plutocrati o meglio un'associazione a delinquere.
Se l'Europa intende risolvere in tal modo la crisi della Grecia e le possibili crisi di altri Paesi, tra i quali il nostro,  parte certamente col piede sbagliato.

lunedì 26 settembre 2011

Potrebbe capitare domani

Stipendi decurtati, pensioni tagliate, tredicesime abolite, TFR rinviato alle calende greche. Non è un allarme campato in aria. Potrebbe accadere domani. Il problema non riguarderà -  come al solito - chi ha accumulato beni e risorse finanziarie tali da poter vivere tranquillo per due o tre generazioni, magari all'estero e in residenze dorate. Saranno dolori che - come al solito - passeranno sulla pelle della povera gente. Gente che non ha santi in Pardiso, che non è stata mai protetta da nessuno, che si è fidata troppo di disinvilti e cinici amministratori della cosa pubblica.
Un consiglio? Cominciamo a riscoprire la frugalità e la sobrietà anche a tavola. Fa bene alla salute e pure al portafoglio!

giovedì 22 settembre 2011

Perché rinunciare alla nostra bella lingua?

Mi è capitato sotto gli occhi questo "Rapporto Esercito" o "Army Report" pubblicato ad aprile di quest'anno.  Pagine patinate, progetto e elaborazione grafica interessanti, con testo in italiano e testo inglese.
Tuttavia, nonostante la traduzione a fronte, il testo italiano risulta pieno zeppo di inglesismi secondo la imperante  moda corrente. 
Cosa vi leggo? Ecco: il "Master plan" dell'Esercito"..."la nuova vision dello strumento terrestre"..."la Forza Armata ha sentito l'esigenza di dotarsi di un framework concettuale di riferimento"..."l'appeal esercitato dalla Foprza Armata" ed altri barbarismi simili. Noto con un certo sollievo la perenne giovinezza del latino nel cartiglio del "Salus Rei Pubblicae Suprema Lex Esto" e, scorrendo le pagine,  un isolato, incredibile "continuum", probabilmente usato dal redattore solo per il fatto che il termine - di pura marca latina - è stato recepito da tempo anche dagli anglofoni.
Ho sempre avvertito un certo disappunto nei confronti di questa nostra tendenza a rinunciare alla propria lingua. Forse che "master plan" esprime meglio il concetto di "progetto (o piano) generale" o "vision" quello di "visione" o "framework" quello di "contesto" o "appeal" quello di "attrattiva"?
Boh!

martedì 20 settembre 2011

La crisi economica e la classe politica italiana


La crisi economica è il frutto di un'allegra gestione della cosa pubblica. Il debito pubblico stellare dell'Italia è il figlio di scelte dissennate, niente affatto lungimiranti che hanno scaricato su questi anni infelici disinvolte politiche clientelari. Ma la classe politica, pur avendo da tempo dissipato risorse, pur avendo mangiato a quattro ganasce, pur avendo abbandonato lo stile sobrio ed austero che ne avrebbe aumentato di molto prestigio, non è la sola responsabile del disastro economico. La colpa è delle consorterie dei banchieri e dei gruppi di pressione finanziari che condizionano pesantemente le politiche economiche degli Stati. 
La colpa, in definitiva, è di quel sistema capitalistico che non è riuscito a superare la prova decisiva della globalizzazione.
Occorre quindi ripensare altri sistemi economici che possano assicurare la massima soddisfazione al maggior numero di persone possibile, buttando definitivamente a mare quel vecchio arnese che è costato lacrime e sangue e che ha finora garantito il massimo profitto soltanto ad un numero scandalosamente esiguo di uomini e donne, abbandonando al proprio destino la restante parte del genere umano.
Il sistema più efficace esiste, è alla portata di tutti, non ha bisogno di grandi trattati o di monumentali  opere divulgative essendo esso tutto racchiuso in quella piccolissima, sintetica ma chiara ammonizione evangelica: "ama il prossimo tuo come te stesso,"
Sarò troppo ingenuo?

martedì 13 settembre 2011

AchilleRacconti
La sentenza di risarcimento alle vittime di Ustica è sacrosanta e guai a chi la tocca.
Ma il risarcimento non dovrà essere caricato su tutti gli italiani.
Lo paghi la casta che ha prodotto i depistaggi di cui parlano i giudici.
Lo paghi la politica che ha firmato questa orrenda pagina della storia italiana.
Lo paghino Giovanardi e tutti i suoi colleghi che hanno “gestito” il fatto Ustica.
I familiari delle vittime purtroppo hanno perso qualcuno ma anche l’Italia intera ha perso qualcosa: la dignità.
La dignità di poter contare su politici onesti, saggi e responsabili.
Evidentemente non siamo più degni di certi politici, se tutto quello che gli italiani si meritano è l’Italia ridotta così.
Questo commento incrociato sul sito de "il Fatto Quotidiano" mi trova perfettamente d'accordo. 
Perché far pagare sempre e soltanto i cittadini di questo infelice Stato? Perché far pagare i Vertici delle Forze Armate responsabili di depistaggi certamente vergognosi ma comunque imposti all'epoca dalla classe politica che deteneva il potere?
Paghi tutta la nostra classe politica, quella di allora e quella di adesso. 
Del resto 100 milioni di euro o poco più non fanno altro che un buco nell'acqua nelle tasche di questa famelica  casta che ci governa.
P.S.: il Giudice monocratico bersaglio delle sparate di Giovanardi è peraltro donna. Ci sarebbe voluto più rispetto da parte di un Ministro della Repubblica nei riguardi di una Signora coraggiosa, che, nella sua sentenza, ha anche saputo interpretare bene il sentimento di gran parte della comunità nazionale in merito all'oscura vicenda di Ustica e dell'abbattimento del Mig 23 libico caduto a Castelsilano.

lunedì 12 settembre 2011

Misteri irrisolti, stragi e delitti impuniti in Italia

Mi chiedo quanto tempo deve passare perché sia fatta luce sulle tante zone d'ombra della nostra storia e perché mai i vari detentori del potere in Italia non si sono mai decisi né si decidono ad eliminare il segreto di Stato su fatti come quelli di Ustica e dell'aereo libico caduto in Calabria.
La forza di una vera democrazia poggia essenzialmente sulla verità. Le ombre s'appartengono a regimi che definire totalitari sarebbe troppo poco!


venerdì 9 settembre 2011

Gli Stati dovrebbero eliminare i servizi segreti e fornire solo servizi...

Ritengo che gli Stati farebbero meglio a concentrare sforzi e risorse per fornire servizi di qualità ai cittadini. Servizi di pubblica utilità, servizi ben organizzati, servizi al passo con i tempi. Del resto è proprio questa la funzione di uno Stato. Uno Stato che si rispetti non può invece sperperare uomini e mezzi nella organizzazione di tutt'altro genere di servizi: quei servizi cosiddetti segreti il cui costo è inversamente proporzionale ai benefici che si intendono conseguire.
La storia italiana e mondiale è piena di misteri ancora avvolti nelle ombre delle mezze verità,  tra le quali  però si intravvedono quasi sempre  mente e longa manus di spregiudicati 007.
Anche l'abbattimento delle torri gemelle, l'attacco al Pentagono e tutto quel popò che accadde l'11 settembre di dieci anni fa non escludono affatto questa ipotesi.
Se così non fosse,  bisognerebbe allora concludere che i servizi segreti più efficienti e più pagati del mondo altro non sono che un grossissimo bluff!

venerdì 15 luglio 2011

Deus sive Natura

 
Credo che alla fine la Verità sarà molto più semplice del previsto. Dio - che tanto arrovella la mente dei filosofi e dei teologi - finirà di rappresentare quell'insondabile buco nero per tutti quando scopriremo la Sua vera Essenza, quando cioè riusciremo a vederLo nel volto dei nostri simili, negli occhi di chi incontriamo per via, nelle dolcezze dei campi e dei fiori, nella incredibile varietà della vita che pulsa attorno a noi, nella potenza creatrice e sempre intatta della natura. E credo che la massima manifestazione del divino potrà avvenire - non so quando - in un mondo finalmente pacificato, senza guerre, senza rivalità, senza rancori, senza pretese di superiorità nei confronti di tutte le creature che con noi dividono il destino su questa minuscola parte di universo. 
Allora non ci sarà più bisogno di mediatori interessati, di filosofi astrusi, di teologi balbettanti. 
Dio sarà davvero Uno accanto a noi e non avremo più bisogno di cercarlo nell'alto dei Cieli.
Allora potremmo scorgerNe la bellezza e la potenza anche attraverso un fiore come questo!

mercoledì 25 maggio 2011

Mission (monologo finale)

"E così, Santità, i vostri preti sono morti e io sono vivo. Ma in realtà sono io ad esser morto e loro vivi. Perchè, come lei mi insegna, lo spirito dei morti continua nei vivi".

Grandioso film e splendida colonna sonora!

domenica 22 maggio 2011

Su dove poggiano le ingiustizie?


Provo a rispondere sinteticamente per quanto riguarda l'Italia. Le ingiustizie secondo me poggiano essenzialmente:
- sull'oblio dei perdenti e delle vittime;
- sulla mansuetudine dei poveri e dei sofferenti;
- sulle bugie erette a sistema;
- sul cinico rinnovo di promesse fallaci e mai mantenute;
- sul "panem et circenses" in nuova versione calcistica;
- sull'incapacità di indignarsi dei giusti.

martedì 17 maggio 2011

Un momento di poesia

 Lungi, lungi su l'ali del canto

Lungi, lungi su l'ali del canto
Di qui lungi recare io ti vo':
Là, nei campi fioriti del santo
Gange, un luogo bellissimo io so.

Ivi rosso un giardino risplende
Della luna nel cheto chiaror:
Ivi il fiore del loto ti attende,
O soave sorella dei fior.

Le vïole bisbiglian vezzose,
Guardan gli astri su alto passar;
E fra loro si chinan le rose
Odorose novelle a contar.

Salta e vien la gazzella, l'umano
Occhio volge, si ferma a sentir:
Cupa s'ode lontano lontano
L'onda sacra del Gange fluir.

Oh che sensi d'amore e di calma
Beveremo nell'aure colà!
Sogneremo, seduti a una palma,
Lunghi sogni di felicità.
Heinrich Heine (1797-1856) Traduzione di Giosuè Carducci (1835-1907)