domenica 20 dicembre 2015

Meglio il buco del rattoppo


Centociquantamila euro sborsati dal Card. Bertone all'Ospedale Bambin Gesù a mo' di toppa per la vicenda del suo attico romano. Quattrocentomila euro trovati nel conto privato dell'ex Vescovo di Trapani. 
Non sono noccioline ma cifre importanti che dicono almeno un paio di cose:
- che il Vangelo è un optional per questi mediatori tra Dio e gli uomini;
- che i poveri della Chiesa di Bergoglio esistono solo in vuoti proclami di solidarietà.
Si vogliono davvero cambiare le cose e ristabilire l'ordine voluto dalla Buona Novella?
Il Papa, che tra l'altro è capace di dare in prima persona esempi concreti di sobrietà e di semplicità francescane, dovrebbe anche disporre che ogni Cardinale, ogni Vescovo (sul portale della propria Diocesi), ogni persona investità di dignità, renda pubblico il suo patrimonio personale e faccia chiarezza sugli introiti e i movimenti di denaro.
Quanto più quel patrimonio sarà vicino allo zero, tanto più questi "ministri" di Dio saranno credibili. 
Altrimenti sarà molto meglio vedersela direttamente con il buon Dio, facendo a meno di questi mediatori avidi e ipocriti, interessati unicamente a rimpinguare il loro portafoglio.
Il Vangelo è bellissimo, potrebbe rappresentare il rimedio migliore per tutte le ingiustizie e per tutte le diseguaglianze del mondo ma dovrebbe essere praticato soprattutto da chi lo predica. 
Poi anche dagli altri.

domenica 29 novembre 2015

Voi invece avete disprezzato il povero! (Giacomo 2,6)

Ho iniziato a leggere "Avarizia" di Emiliano Fittipaldi, ossia le "carte che svelano ricchezza, scandali e segreti della Chiesa di Francesco".
Conoscevo già, per altre letture, le magagne e le infedeltà di tanti ministri di Dio, anche se so che esistono tantissimi preti con le "sottane lise" e senza conti in banca. 
Il primo impatto tuttavia è stato desolante. 
Non certo per colpa del giornalista che ha fatto il suo mestiere e che non merita per questo di essere alla sbarra nel processo che si sta celebrando in Vaticano.
Come è stato possibile che uomini di Chiesa, i quali ben conoscevano il monito evangelico del "non potete servire due padroni; non potete servire Dio e mammona", si siano lasciati sedurre dal dio denaro, si siano lasciati  alle spalle la divina libertà delle Beatitudini; abbiano preferito il ricco al povero; abbiano scelto la compagnia dei potenti di questo mondo ignorando sistematicamente i deboli e i derelitti nel cui volto è riflesso il Volto stesso di Dio? 

Cosa stavano a fare in questi torbidi anni i "dolci Cristi in terra" avvolti in lussuose pianete, cosa difendevano i difensori del "depositum fidei"-  il quale altro non è che inoperante lettera morta se non costituisce lievito nella vita degli uomini -; cosa hanno fatto i "Beatissimi Padri" e le "Santità" felicemente regnanti nelle loro fastose dimore per impedire l'ingresso trionfale di mammona in Vaticano e, più in generale, nella Chiesa; a cosa sono serviti e, soprattutto, quali interessi hanno servito i "Servi dei servi di Dio" che si sono succeduti sul rutilante trono di Pietro?
Su chi ricade, se non su di loro, la responsabiltà di aver abbandonato la rotta delle Beatitudini e di avere avvilito e stravolto, nei fatti, il sublime discorso della montagna?
Adesso comprendo ancora di più l'amareza ma anche il coraggio della rinuncia di Benedetto XVI.

Le forze del male e le lusinghe del denaro sono state e sono tuttora fortissime.
Posso sbagliarmi ma ho la quasi certezza che nemmeno l'esempio e la semplicità di questo Papa potranno cambiare il corso delle cose. 
Tutto ritornerà come prima quando Francesco non ci sarà più. 
E, come prima, tutto sarà fatto - siatene certi - ad maiorem Dei gloriam!

giovedì 5 novembre 2015

Beati i poveri...

Questo Cardinale, il cui ritratto pare uscito dalle illustrazioni a corredo di un testo di storia rinascimentale, è un Principe della Chiesa australiano trapiantato a Roma.
Il suo nome è George Pell.
Secondo quanto scrive nel suo libro "Avarizia" Emiliano Fittipaldi, il porporato avrebbe speso una fortuna in spese folli, tra le quali l'acquisto di mobli per un valore di 47.000, 00 euro.
Per associazione di idee, mi sono ricordato delle spese pazze di alcuni dei generaloni di un tempo (non so se continuano a farlo anche quelli ben più pagati di adesso), i quali, all'indomani del loro insediamento in un nuovo incarico, erano soliti seguire il quasi generale (mal)vezzo - non per nulla erano generali! - di "personalizzare" il poprio ufficio con nuovi lampadari, nuova tappezzeria, nuove poltrone, nuovi tappeti, nuove suppellettili e nuovi mobili acquistati ex novo con i soldi di Pantalone.
Qualche maligno arrivava addirittura a dire che i mobili, i tappeti, le suppellettili e i lampadari di cui era dotato l'ufficio del precedente occupante prendevano posto sullo stesso camion che traferiva le masserizie private della sua famiglia.
E mi sono anche ricordato delle spese pazze fatte sostenere da alcuni governatori di Regione che - nelle loro manie di grandezza - pretesero bagni di centinaia di milioni di lire attigui ai prori uffici.
Quanto siamo lontani dalla visione cristiana di Agostino che ne "La citta di Dio" scriveva:
“Nella casa del giusto anche coloro che esercitano un comando non fanno in realtà che prestare servizio a coloro che sembrano essere comandati: essi difatti non comandano per cupidigia di dominio, ma per dovere di fare del bene agli uomini, non per orgoglio di primeggiare, ma per onore di provvedere"!

venerdì 30 ottobre 2015

Alcune mie considerazioni private di qualche tempo fa e (forse) attuali ancora oggi.

Indifferenza
Opulenza e povertà
Voi avete disprezzato il povero!
Sono convinto che le immagini dicano più e meglio di mille parole. 
Per questo ho allegato tre foto.
Le prime due descrivono molto bene l'indifferenza nei riguardi dei poveri e la distanza che la società (anche la nostra ricca società cristiana) ha voluto prendere e continua a prendere da questo formidabile problema.
La terza - che contraddice in modo evidente le raccomandazioni di Giacomo (2, 1-6) - descrive molto bene l'atteggiamento della stessa Chiesa che da sempre ha privilegiato i ricchi e i potenti al posto dei poveri.
Ciò che fin dai primi anni della mia giovinezza mi è stato chiaro e mi ha messo in guardia dal continuare a prestar fede a chi - secondo me - predica bene ma razzola male è stato proprio il comportamento della Chiesa verso i poveri.
L'abbandono della strada stretta ma luminosa delle "Beatitudini", la difesa dei poveri delegata ad altri e non assunta in prima persona, gli ammiccamenti a Mammona, la furbizia di voler servire due padroni: ecco le cose che non riesco ancora oggi a digerire e che sono alla base del mio piccolo, grande risentimento nei riguardi di coloro che avrebbero dovuto essere luce del mondo e lampade da mettere non sotto ma sopra il moggio.
Sono convinto che il PCI di qualche decennio addietro seppe servire e difendere le classi più deboli più di quanto abbia fatto la Chiesa.
Forse per questo un mio compianto, lucido, mite Professore, dopo aver letto un mio compito, disse coram populo che sarei stato benissimo non dove stavo ma tra gli iscritti alla FGCI.
E sono anche convinto che il PD di oggi non serva proprio più a niente.

domenica 4 ottobre 2015

Monsignor Charasma ovvero cui prodest?

A chi giova tutta questa teatralità? 
Quanto pensa di guadagnarci il baldo Monsignore che, guarda caso, ha gia pronto un libro da dare alle stampe?
Premesso che non giudico nessuno in base al suo orientamento sessuale, premesso che anche io ho qualche amico omosessuale verso il quale nutro affetto e stima, premesso che ritengo infinitamente più grave il tradimento dei poveri da parte degli uomini di Chiesa, trovo incoerente, sconveniente ed irritante il fatto che la confessione del teologo sia stata fatta con grande clamore mediatico sotto i flash di non so quante telecamere, continuando ad indossare l'abito talare e con effusioni pubbliche esagerate e fuori luogo.
Avrei capito se tutto questo il buon Charasma l'avesse fatto senza più l'abito talare, dopo essersi dignitosamente "dimesso" da prete e da tutti gli incarchi ricoperti in Vaticano.
Tanti prima di lui si sono comportati così. 
Forse sarebbe il caso di ricordare all'impomatato Monsignore che i voti di povertà, castità ed obbedienza li aveva emessi lui, sì proprio lui - voglio pensare - in assoluta libertà di coscienza.
Non ce la prendiamo sempre con il Papa.

giovedì 1 ottobre 2015

Le parole e i fatti

Sul programma televisivo "Le iene" è andato in onda la settimana scorsa un interessante servizio sui rifugiati politici.
Sul tema specifico venivano chiamati in causa alcuni volti noti della politica italiana.
Si chiedeva in pratica a ciascuno di essi se erano disposti ad ospitare a casa propria un giovane profugo.
Solo Civati, alla fine, lo ha effettivamente ospitato presso il proprio modesto monolocale di Roma.
La Bonetti niente, il pittoresco Razzi pure, la Santanchè idem con patate.
Ma precedentemente tutti, a parole, si erano dichiarati pronti e disponibili a farlo.
E, sempre su quel programma televisivo, nemmeno le parrochie romane si sono mostrate preparate e sollecite ad ospitare una famiglia di profughi a testa (come il Papa stesso aveva chiesto di fare), accampando - suore e preti - varie scuse: dalla mancanza di idonei servizi igienici ai più impensati cavilli burocratici.
Ma la Carità, se tale è, dovrebbe superare tutto, anche la burocrazia.
Di contro, ieri sera su altro programma televisivo ("La gabbia") venivano ampiamente documentate le lucrose attività alberghiere di suore e di preti nella capitale.
Non vengano a dire che nei loro alberghi a quattro stelle non esistono camere e bagni!
Quindi, se le parrocchie non sono ancora attrezzate, almeno un paio di queste camere d'albergo potrebbe essere reso disponibile per accogliere un profugo e la sua famiglia.
O no?

giovedì 3 settembre 2015

Pietas

Le ultime carezze Ti die' il mare
O Figlio che nascesti in mezzo all'odio
Di un mondo vile che non sa più amare!
#dillointerzine

venerdì 28 agosto 2015

Tre domande

Cosa fa l'ONU per risolvere la questione migranti?
Cosa fa l'Europa per aiutare le persone che scappano dalla guerra e dalla miseria?
Cosa fa ciascuno di noi per dare una mano a questi fratelli meno fortunati?
Credo che per tutti, me compreso, valga una sola e spiazzante risposta: un bel niente.
Solo chiacchiere, chiacchiere e chiacchiere.

venerdì 8 maggio 2015

La costruzione della menzogna e il coraggio di opporsi


Nel suo incantevole "Dalle parti degli infedeli", Leonardo Sciascia - sulla base di documenti inediti contraddistinti da massima segretezza (SUB SECRETO S. UFFICII)  -  ricostruisce la vicenda di monsignor Ficarra, vescovo siciliano originario di Canicattì. Il buon vescovo, accusato dai notabili DC di non aver fatto nulla per evitare la sconfitta del loro partito alle elezioni amministrative del 1946, venne a lungo perseguitato dalla Curia romana che, fabbricando o avallando menzogne, ne pretendeva la rinuncia alla diocesi di Patti.
Il lungo braccio di ferro tra il vescovo di Patti, disposto all'obbedienza ma non rassegnato a subire l'ingiustizia e convalidare la menzogna e il Card. Piazza, Prefetto della Sacra Congregazione Concistoriale, durò per oltre dieci anni.
Il cristiano amore alla verità - scrive Sciascia - e il siciliano amor proprio, l'aspirazione alla giustizia e il gusto - ancora siciliano - del diritto nella sua più puntigliosa specie furono le molle che spinsero il perseguitato a controbattere punto per punto alla graduale costruzione di menzogna a suo danno.
Tra le lettere più significative quella - pacata, apparentemente formale, curiale, levigata ma dura - indirizzata al Cardinale Ruffini che, su incarico di Roma, lo aveva appena ricevuto a Palermo.
Eccone alcuni brani:
- "Dopo il colloquio avuto con V. Eminenza, ringrazio il Signore che mi mantiene in quella pace serena che viene solo da Lui".
" Nella mia pochezza io non vedo quale dovere o compito non abbia osservato in tutti gli anni della mia missione pastorale; ma non occorre ripetere che la mia volontà sarà sempre uniformata a quella del Signore (anche se mi si vuole macinare come il grano) e a quella dei miei venerati Superiori. Tuttavia siccome il Signore stesso e la Santa Madre Chiesa non hanno mai negato a nessuno il diritto alla legittima difesa, mi permetto di esporre..."
Dice poi della situazione della diocesi che non è né migliore né peggiore dei quella delle altre diocesi dell'Italia Meridionale e dell'Isola, che qualche sacerdote non va bene ma come dovunque e "se ad ogni prete che manca, dovesse ridondare la colpa su vescovo, anche il Beato Pio X non sarebbe andato sugli altari".
Poi fa cadere il discorso sulle sue presunte infermità:
"L'accenno alle mie condizioni di salute è un mito di menzogna, come tanti altri. La mia vista è ottima (dico ottima) e molto superiore al bisogno; il mio udito è sufficiente e fino ad oggi mi ha consentito di confessare e di conversare regolarmente con Vostra Eminenza e con centinaia di persone ecclesiastiche e laiche, che vengono a conferire. In caso di bisogno, potrei esibire un certificato medico o sottopormi alla visita di un professore scelto da Vostra Eminenza..."
"Se talora mi son trovato esposto a qualche sorda ostilità o calunnia, io persisto nel pensare che ciò sia dovuto al fatto che non mi sono piegato alla pretese insane e losche di tre o quattro preti megalomani, asseconadati da qualche laico esaltato e da una donnina equivoca..."
È il suo errore di valutazione, commenta a questo punto Sciascia, che continua: quella megalomania, quell'esaltazione, erano la normale - in tutta Italia normale - corsa alla detenzione del potere, dal fascismo naturaliter ereditata, cui lui a Patti era di ostacolo: da ostacolo nella sua indifferenza al potere politico, alla politica; nella sua diffidenza o avversione a contaminarsene, a rendersene partecipe o complice. 
Ruffini, che già per il fatto di averlo chiamto a Palermo vuol dire che lo sapeva in condizioni di muoversi, di viaggiare; che lo ha intrattenuto a colloquio senza constatare quei segni di indebolimento della vista e dell'udito che tanto proccupano la Sacra Congregazione Concistoriale; Ruffini gli suggerisce di chiedere un vescovo ausiliare: il che gli consentirebbe di restare a Patti, fittiziamente confessandosi infermo ma di fatto nell'infermità relegandosi. E monsignor Ficarra: 
"Vostra Eminenza mi ha benignamente suggerito di chiedere l'Ausiliare. Secondo il mio modesto parere, che è sempre subordinato a quello dei Superiori, forse sarebbe meglio che io andassi a fare l'Ausiliare ad un altro..."
Era uomo di estremo candore e di inveterata obbedienza: non è da credere - annota Sciascia - che in questa lettera a Ruffini abbia voluto essere duro, ironico, ribelle. Eppure lo è. Lo è perché in lui è penetrato il sentimento della giustizia, l'idea della giustizia, la follia della giustizia. Dell'umana giustizia. E arriva al punto di aspettarsi che di questo sentimento, di questa idea, di questa follia sia compenetrato anche Ruffini:
"Prego vivamente Vostra Eminenza di voler perorare la mia causa col suo cuore di padre, e con la serena convinzione di fare non solo opera di carità, ma di pura giustizia".
La giustizia, come spesso accade, non la fecero gli uomini ma Dio.
Monsignor Ficarra venne in pratica esautorato nel 1957 e nominato arcivescovo di Leontopoli di Augustamnica in partibus infidelium.
Morì improvvisamente nella sua Canicattì il primo giugno1959 mentre stava per uscire di casa, all'età di settantaquattro anni.
E senza nemmeno un giorno di malattia perché - prima che la morte lo cogliesse - Dio e la natura non avevano preso ancora atto della decisione del Cardinal Piazza e della Sacra Congregazione Concistoriale di costitutuirlo in infermità.

sabato 25 aprile 2015

Io mi sento un pratese

Felice Casorati - Conversazione platonica
"E dove son finite le bandiere e le uniformi del Corpo di Liberazione? e quelle della Repubblica di Salò? e le uniformi e i fazzoletti rossi dei partigiani? e quelle dei potenti eserciti inglesi e americani che han liberato l'Italia e l'Europa? Nella Galleria degli Uffizi? A Prato son finite, vendute come stracci.
E le gramaglie delle madri, delle vedove, degli orfani di tutta la terra? A Prato, in mucchi di cenci polverosi.
A Prato, dove tutto viene a finire: la gloria, l'onore, la pietà, la superbia, la vanità del mondo.
E poi c'è ancora chi si meraviglia che i pratesi non credano in nulla di tutto ciò in cui credono gli altri? E c'è chi vorrebbe far colpa ai pratesi di credere più negli stracci che nella gloria? più negli stracci che nelle belle parole, nella libertà, nella giustizia, nelle prepotenze, e nel muso di bischero di chi comanda? c'è chi si meraviglia che i pratesi, quando vedono una bandiera, subito ti sappiano dire di che stoffa è, se di lana, di cotone, di seta, di lino, e te ne sappian dire il prezzo non per quel che vale in onore, in sangue, in sacrificio, ma in stracci?"
Curzio Malaparte - Maledetti Toscani

Non occorre essere di Prato per pensarla come Malaparte.

venerdì 17 aprile 2015

Pongo la stessa domanda di Giuda

Giovanni 12,1-8

1 Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. 2 E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. 3 Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell'unguento. 4 Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: 5 «Perché quest'olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?». 6 Questo egli disse non perché gl'importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. 7 Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. 8 I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me».
Non ho, come aveva Giuda,  le chiavi di nessuna cassa e per questo credo di poter porre senza timore la stessa domanda, oggi, non a riguardo dei profumi e degli unguenti ma a proposito dell'EXPO di prossimo svolgimento a Milano.
Dai telegiornali nazionali ho appreso infatti che, nella zona dell'esposizione, anche la Santa Sede ha predisposto un suo padiglione costato - pare - 3 milioni di euro (coincidenza: il numero 3 ricorre anche qui come nel brano evangelico di Giovanni).
La notizia - che ritengo attendibile - mi ha profondamente deluso soprattutto perché non mi aspettavo uno sperpero di denaro così vistoso dopo i ripetuti richiami di questo Papa che vorrebbe una Chiesa povera e sobria.
Tre milioni di euro non sono noccioline. Sono al contrario una bella cifra che potrebbe dare un qualche sollievo ai tanti connazionali che bussano ogni giorno alle porte delle varie Caritas, spinti dai bisogni più disparati. Dal pranzo alla cena, dalle docce agli indumenti, dalle bollette agli affitti.
Una Chiesa che dovrebbe riservare tutte le sue attenzioni ai poveri non può permettersi il lusso di approntare padiglioni espositivi alla stregua di una qualsiasi McDonald's.

mercoledì 11 febbraio 2015

A mia madre


 Nel grembo ove riposi del buon Dio
Tu hai raggiunto, o Madre, la Tua pace
Dopo che del dolor pagasti il fio!