lunedì 31 ottobre 2011

I profeti sono ancora tra noi

QUI LA META E' PARTIRE
con Francesco Comina
prefazione di Ettore Masina
La meridiana, 2005

"Il mio professore di filosofia un giorno, guardandomi negli occhi, mi disse: "Tu sei questo uomo cosmico". Solo dopo compresi il senso. Ecco perchè io non mi sento spiritualmente vecchio. Sento che la storia e l'umanità palpitano ancora dentro di me" (Arturo Paoli)
In questo libro, curato dal giornalista Francesco Comina, sono raccontati i quasi cent'anni di Arturo, il suo impegno durante il fascismo, l’eco del Concilio, le speranze, l’affermarsi e le ragioni della Teologia della liberazione, il cammino delle Chiese dell’America latina e soprattutto il suo cruccio e la sua ragion d’essere: l'altro.

LA PREFAZIONE di ETTORE MASINA
Man mano che la vecchiaia mi grava addosso e vedo crescere intorno a me la tenerezza dei miei figli, torno col pensiero al mito di Anchise, il padre che Enea si porta sulle spalle mentre cammina verso un nuovo destino. Ma questa volta il mito non mi sorregge perché devo parlare di una persona che ha sedici anni più di me.
A osservarla mentre se ne sta in silenzio, quella persona sembra un vecchietto lindo e sorridente, un po' curvo (ma certo non tanto se si pensa che è nato nel 1912), con una bella chioma bianca: immagine rassicurante, di buon nonno, persino somigliante a quella di certi spot pubblicitari; ma quando il vecchio Arturo Paoli viene invitato a parlare, allora sembra rivestire il mantello del profeta Eliseo e la sua voce grida un vangelo inquietante.
La voce di Arturo Paoli, come ben sanno i suoi ascoltatori, è innanzi tutto un miracolo fisiologico: viene da polmoni giovanissimi che le consentono di dispiegarsi in chiese e in aule di convegni tanto da far vibrare le fibre dei tavoli e i vetri delle finestre. Mi ha detto una volta uno pneumologo: "Quest'uomo respira Spirito Santo". Le parole che questa voce ci rivolge non sono mai aspre né minacciose, improntate, invece, a tenerezza per noi, ma severe nei confronti delle nostre coscienze e dei costumi e istituzioni dietro le quali cerchiamo di nasconderci. Come mostrano con ogni evidenza le pagine che leggerete qui di seguito, amorosamente compilate da Francesco Comina (lui sì Enea accanto ad un Anchise, che però preferisce camminare da solo), le parole che Arturo grida o scrive (o canta, come vedrete) più che indicarci i nostri infantili peccati personali ci additano l'enorme, genocida peccato collettivo, la arrogante risposta corale degli innamorati del potere - e di noi troppo spesso loro pavidi servi - alla domanda del Creatore: "dov'è Abele?" "E chi lo sa? Siamo forse i custodi dei nostri fratelli?" rispondono e rispondiamo. "Sì, grida il Signore con la voce di Arturo: sì, per questo vi ho creato: perché vi prendiate cura l'un l'altro di voi". Il vecchio amatore di filosofi è ormai convinto che "metafisica" e "trascendenza" siano parole che acquistano senso soltanto quando nascono dal coraggio di affrontare gli occhi di chi soffre.
Dietro questa convinzione e testimonianza di Paoli c'è ovviamente la sua esperienza storica. Egli ha il grande privilegio della lucidità senile: la quale diventa straordinario aiuto a quanti sanno che la memoria del passato è lezione preziosa per il futuro. Il nostro amico (e maestro) era bambino mentre in Messico e a San Pietroburgo sventolavano le prime bandiere delle rivoluzioni popolari; imparava a leggere e scrivere mentre in Italia venivano incisi nei marmi delle lapidi menzognere i nomi di centinaia di migliaia di poverissimi analfabeti, gettati nella fornace della prima guerra mondiale, e i reduci tornavano piagati e piegati dall'amarezza di una giovinezza perduta. Era un ragazzo quando vedeva le piazze della sua Lucca segnate dalla violenza fascista; entrava in ginnasio mentre Mussolini liquidava con ferocia la democrazia parlamentare; era un prete di 32 anni quando la crudelissima persecuzione degli ebrei lo spinse a rischiare la vita per salvare le vittime dell'odio di Stato e, quando, pochi mesi più tardi, si alzarono nel cielo i funghi velenosi dell'apocalisse atomica: Auschwitz e Hiroshima, supreme barbarie di un secolo. Più tardi avrebbe assistito in America Latina a orrendi regimi militari e resistenze eroiche, a spaventosi eccidi, al martirio degli empobrecidos; avrebbe ascoltato le spaventose notizie che filtravano dalle camere della tortura, e visto crescere un nuovo classismo (capitalista), una nuova lotta di classe con la quale un'oligarchia della quale facciamo parte, più o meno volontariamente riduce all'insignificanza interi popoli - e alla fame.
La strada sui cui Arturo cammina da 93 anni è fiancheggiata dai ruderi di molte ideologie, speranze, illusioni, civiltà, filosofie, piccoli Mozart (per dirla con Saint-Exupèry) assassinati dalla miseria. Sulla stessa strada ha camminato la Chiesa, la "sua" Chiesa: quella che egli enormemente ama ma della quale conosce il dramma di essere semper casta et meretrix, come la definivano gli antichi Padri: congregata intorno al Crocifisso risorto e però popolata da uomini quasi sempre, quasi tutti, infedeli per viltà e per egoismo.
Molte di queste infedeltà hanno segnato anche le spalle di Arturo, e un po' anche quelle di chi ha vissuto una parte della sua storia. Ricordo con dolore gli anni fra il 1948 e il 1958. 
Ero nel Consiglio diocesano della Gioventù italiana di Azione cattolica di Milano, ribelle, di quando in quando, agli ukase che giungevano dalla Roma vaticana. Rifiutavamo di entrare nel "grande" partito anticomunista nel quale Luigi Gedda, con il compiacimento di Pio XII e della Confindustria, avrebbe voluto fondere le "truppe" cattoliche, i fascisti, le forze padronali, le massonerie militari e via dicendo, per una guerra di religione. Ci capitava, per incoraggiarci nei momenti bui, di fare un censimento dei nostri "protettori" romani: elencavamo monsignor Montini, monsignor Dell'Acqua, Carlo Carretto (più tardi Mario Rossi), don Arturo Paoli… Salvo Dell'Acqua, tutti gli altri furono esautorati e dispersi nei "giorni dell'onnipotenza", gli ultimi tempi pacelliani.
Perdemmo allora (persi) notizie di Arturo, poi seppi che si era imbarcato sulle navi che trasportavano i nostri emigranti nella soccorrevole Argentina di Peròn. Poi che si era fatto Piccolo Fratello. Poi disparve nuovamente (o mi sembrò) nel tragico panorama dell'America Latina: villas-miserias, poblaciones, favelas, cantegriles. Il Cristo che vi raggiunse era esigente, imponeva conversioni; ma era anche un Risorto fraterno, talvolta festoso. Ricordo l'emozione con il quale ricevemmo durante il Concilio una lettera inviata da lui a Mario Rossi: ci chiedeva di essere attenti a che l'assemblea di tutti i vescovi della Terra non diventasse un momento "giacobino", cioè il tentativo di riformare soltanto intellettualmente la Chiesa, senza imprimerle il segno e il linguaggio dei poveri nei quali il Cristo si è identificato.
Per questo il vecchio indomito torna e ritorna fra noi, lasciando le sue nuove patrie. Viene come un messaggero. Ci porta il vangelo non più glossato dai seriosi teologi nelle celle dei conventi o nelle aule delle università ma restituito alla sua rischiosa purezza dall'esperienza dei poveri, dalla loro concretezza, dal loro ammaestramento così eloquente anche quando è silenzioso. Ricordo un aneddoto raccontato una volta da Arturo. Era da alcuni giorni in un poverissimo villaggio dell'America Latina quando gli arrivò un pacco di posta. Vi trovò, fra l'altro, una notificazione della Congregazione vaticana per il culto divino nella quale si disponeva che per la consacrazione eucaristica si usassero soltanto calici rivestiti internamente d'oro o d'argento. Rise, Arturo: "Avevamo appena celebrato la messa, come ci sembrava doveroso, nella capanna di una poverissima vedova; e naturalmente come calice avevamo usato un bicchiere scheggiato. Quella notificazione ci divertì grandemente. Fu motivo di ricreazione, di elevazione…".
Tornando e ritornando dalla Chiesa dei poveri, ogni volta mi sembra che ci scruti, temendo che il sistema in cui siamo più o meno tranquillamente insediati ci rubi il cuore. Da qualche anno ha incontrato il pensiero del grande filosofo Levinas (anche lui povero: profugo, straniero), gli ha dedicato uno dei suoi numerosi libri e ne rilegge continuamente gli insegnamenti. Dire, come Levinas, che dobbiamo darci in ostaggio al volto dell'altro, del fratello che soffre, gli sembra una versione dell'evangelo, riletta finalmente da un filosofo disposto a chinarsi sui dolori e le speranze dei poveri, né lo arresta il fatto che Levinas non fosse (o non si dicesse) cristiano. Ma io credo che Arturo piuttosto che leggere libri preferisca intendere le voci della Terra: il fragore delle cascate di Iguaçu, presso cui abita, che sembra l'immenso grido dell'America Latina ferita dall'ingiustizia e lo strillo gioioso del bambino che egli accarezza nella "sua" favela; le canzoni dei giovani che vogliono la pace e il sussurro di chi gli affida i suoi problemi: è un salmo che lo accompagna e che lui, all'alba, canta mentre il sole ancora un volta sorride alle sue 93 primavere…

Stamattina ho incrociato casualmente questa perla e voglio condividerla con i miei 3-4 lettori. 
I concetti espressi li sento così vicini alla mia visione del mondo, così in sintonia con le mie corde, che - se ne fossi stato capace - avrei voluto scriverla io questa splendida pagina. 
Ma so bene che ci vuole un cuore grande ed una mente lucida per certe cose.
Mi accontento di leggerla e di meditarla!

giovedì 27 ottobre 2011

Una consolazione della vita (2)


Qualcuno potrebbe dire: gli amici. 
Ma gli amici sono precari al pari della vita e delle sue fortune. Dum felix eris multos numerabis amicos...
In genere l'amico ti è vicino fino a quando tu puoi essergli utile. Quando invece sei tu ad  aver bisogno di lui, l'amico è quasi sempre pronto ad eclissarsi. La mia esperienza mi porta a non fidarmi troppo degli "amici" e a non considerarli al di sopra dei loro effettivi meriti. Siamo spesso noi stessi che, seguendo una visione classica e pura dell'amicizia, li idealizziamo oltre il dovuto. 
Proprio per questo rimaniamo profondamente delusi dai comportamenti poco"amichevoli" degli amici. Del resto anche io temo di averne deluso più d'uno. Non è quindi tra loro che va cercata la consolazione e il conforto della vita.
Per conto mio essa risiede nell'amore, nell'affiatamento, negli affetti e nella solidarietà che viene ad instaurarsi tra le persone più care: moglie, figli,  padre,  madre sono quelli che generalmente non tradiscono mai e non vengono mai meno nel momento del bisogno.
La consolazione porta il loro nome (almeno per me).

mercoledì 26 ottobre 2011

Una delle consolazioni della vita

La musica è certamente una consolazione della vita; aiuta la spirito a levarsi in alto; è in grado di toccare le corde più intime dei sentimenti umani; può dire ancora meglio delle parole l'amore, la dolcezza, la pace, lo sconforto, la rabbia, la speranza. Essa è un vero balsamo per l'anima.
La musica sacra poi è pura contemplazione, meditazione e preghiera.
Ed alcune composizioni polifoniche sembrano assomigliare esse stesse alle ardite architetture gotiche delle nostre bellissime cattedrali nelle quali una volta venivano eseguite.

domenica 23 ottobre 2011

E la Chiesa cosa fa?

"Dopo aver messo da parte Dio, o averlo tollerato come una scelta privata che non deve interferire con la vita pubblica, certe ideologie hanno puntato a organizzare la società con la forza del potere e dell’economia. La storia ci dimostra, drammaticamente, come l’obiettivo di assicurare a tutti sviluppo, benessere materiale e pace prescindendo da Dio e dalla sua rivelazione si sia risolto in un dare agli uomini pietre al posto del pane."
Benedetto XVI 

Non mi convince del tutto questo discorso. 
Se fosse così, oggi, dopo duemila anni di cristianesimo, dovremmo finalmente abitare in un mondo senza più pietre al posto del pane, dovremmo vivere in un mondo di fratelli, dovremmo far parte di una società definitivamente avviata verso la giustizia e sempre più proiettata verso la pace e la concordia tra i popoli. 
Dovremmo, in una parola, abitare in un pianeta nel quale non dovrebbero più esistere gli scandalosi divari tra stati ricchi e stati poveri.
Cosa che non si vede adesso né si è mai vista prima da nessuna parte (nemmeno in quello Stato pontificio che avrebbe dovuto dare l'esempio di come si mette in pratica il Vangelo e che invece eresse a sistema di potere la ricchezza, il lusso, la magnificenza dei palazzi, lo splendore delle chiese e il rigido controllo delle masse). 
Ma, quel che preoccupa di più, è che i Paesi egemoni del pianeta, quelli cioè che dichiarano oggi le guerre, quelli che impongono le loro inflessibili leggi economiche e finanziarie, quelli che assistono con incredibile cinismo al progressivo aumento della povertà e della fame nel mondo, sono gli stessi nei quali le cosiddette radici cristiane avrebbero dovuto favorire - e ormai da tempo - lo sviluppo integrale dell'uomo e della società.
Basta guardarsi in giro per vedere che non è esattamente così. Anzi!
Con buona pace di Benedetto XVI e delle sue ispirate parole di circostanza.

venerdì 21 ottobre 2011

Due parole di pietà

Non amo le dittature né i dittatori; non ho alcuna simpatia né per quelli duri né per quelli morbidi; non ho alcuna stima per coloro che, nell'esercizio del comando, credono di essere al centro dell'universo, ritenendosi padroni del mondo e non invece al servizio degli altri; detesto -  in una parola - chi esercita il potere in forme violente e autoritarie, ostinandosi a mantenerlo a qualsiasi costo, anche quando le circostanze consiglierebbero un'uscita di scena prudente e onorevole.
Ma non posso esimermi dal condannare la violenza di chi questa stessa violenza ha voluto punire. Non posso fare a meno di esecrare la barbarie che vuole eliminare la barbarie. Non posso mancare al dovere cristiano del compianto su un morto che è in primo luogo vittima di se stesso e della sua tragicomica mania di grandezza ma che è stato cancellato dalla storia da una spietata condanna a morte eseguita per mano di un disinvolto diciottenne senza rispetto per la vita e per gli uomini. 
Se la nuova democratica Libia nasce in questo modo, c'è poco da stare allegri. 
Allegri saranno solo gli Stati che hanno voluto la fine di Gheddafi per i loro particolari interessi economici.
Per questo la giovane Madre pietosa di michelangiolesca memoria cede oggi il passo ad una madre dal cui volto sono del tutto assenti i caratteri della pietà e del dolore.
Il cinismo del nostro tempo si rivela anche in questo.
P.S.: Brava Angela!

giovedì 20 ottobre 2011

martedì 18 ottobre 2011

Un bambino è...

Un bambino è qualcuno che proseguirà ciò che avete intrapreso.
Egli siederà nel posto in cui voi siete seduti e, quando ve ne sarete andati,
dedicherà le sue cure alle questioni che oggi voi ritenete importanti.
Voi potete adottare tutte le linee di condotta che vorrete,
ma a lui spetterà il modo di metterle in opera.
Egli prenderà la direzione delle vostre città, stati e nazioni.
Prenderà il posto nelle vostre chiese, scuole, università, corporazioni e le amministrerà.
Tutti i vostri scritti saranno giudicati, lodati o condannati da lui.
La sorte dell'umanità è nelle sue mani.

Abramo Lincoln

giovedì 13 ottobre 2011

Fai sempre del bene ma...

Benefica sempre ma ricorda! Di 100 beneficati:
- 40 non ti guarderanno più in faccia perché non vorranno ricordare che tu li hai beneficati;
- 25 riterranno essere stato tuo dovere beneficarli;
- 10 pretenderanno da te benefici maggiori;
- 24 ti renderanno in male il bene ricevuto;
-   1 solo (forse) ti sarà grato!

martedì 11 ottobre 2011

Se per assurdo...


"Se per assurdo, sul mio letto di morte, mi si dimostrasse con perfetta evidenza che ho sbagliato, che non vi è altra vita, perfino che non c'è Dio, non potrei rimpiangere di aver creduto.
Penserei che mi sono onorato credendo, che se l'universo è qualcosa di idiota e di disprezzabile, tanto peggio, che il torto non è in me d'aver pensato che Dio esiste ma in Dio di non esistere".
(A. Valensin)

sabato 8 ottobre 2011

Ancora due parole su Barletta e sul crollo

Un mio amico di blog, nel suo stringato ma efficace commento al post precedente, suggeriva che si poteva aggiungere molto altro (o addirittura troppo) alla foto che pubblicavo e che ora ripubblico.
Aveva perfettamente ragione. Per questo ritorno sull'argomento.
Barletta, operosa e vivace città vicina alla mia, è diventata in un sol giorno il simbolo di tutto ciò che in Italia non va. 
Non va la scandalizzata ipocrisia dei politici che non hanno fatto nulla per assicurare dignità e continuità al lavoro; non va la mancanza di sensibilità nei confroni delle cinque vittime e dei loro familiari  i quali, nel momento del dolore, avrebbero certamente gradito avere vicino qualcuno dei vertici istituzionali che - guarda caso - brillavano tutti per assenza; non va la confusione che è stata fatta ad arte sulle due distinte tragedie, quella del lavoro che manca (non solo al Sud) e quella della sciatteria, della protervia di certi pubblici uffici; non va che un presidente del Consiglio sia corso il giorno dopo (presumo con volo di Stato) dal suo amico Putin per una festa di compleanno come se nulla fosse successo in Patria il giorno prima, come se il Paese che gli si è colpevolmente consegnato non avesse i gravissimi problemi che ha, come se l'essere a capo di un Governo significasse per lui  uno spensierato, continuo esercizio di trastulli e festini a casa e fuori casa; non va che un presidente della Repubblica non sia stato capace di modificare per sole quattro-cinque ore la sua agenda; non va che la presenza del capo dello Stato sia stata finora riservata puntualmente alle esequie degli eroi in divisa e quasi mai ai funerali di altri eroi non in divisa ma degni di essere onorati allo stesso identico modo; non vanno i moniti  presidenziali ciclostilati; non vanno i telegrammi di cordoglio pagati con i soldi dei cittadini; non vanno le lacrime di coccodrillo; non vanno le scontate parole in liberta di parolai strapagati; non vanno le promese di altri parolai già pronti a prenderne il posto; non va nulla di nulla.
Ci vogliono fatti e non parole, ci vogliono persone serie a reggere la cosa pubblica, ci vogliono veri servitori dello Stato e non parassiti di Stato. 
Ci vuole un radicale cambio di mentalità e di comportamenti per ricostruire dalle fondamenta ciò che è ormai definitivamente crollato.
Ci vuole piazza pulita, c'è bisogno di aria nuova, è necessario cambiare registro.
Via gli impassibili burocrati di Stato, via i faccendieri senza scrupoli, via i puttanieri con le  loro orride corti.
Barletta ed il sacrificio delle sue vittime  potrebbero servire anche a questo.

martedì 4 ottobre 2011

La rabbia e l'impotenza


Sembra che tutto in Italia vada in malora. 
Nella giornata di ieri è crollata una palazzina a Barletta ma - con la sentenza di Perugia - ha ricevuto un pesante scossone anche la residua fiducia dei cittadini nei giudici.
La crisi italiana non è solo economica. Essa nasce da lontano ma oggi diventa ancora più acuta perché alimentata e favorita dal crescente distacco della gente da coloro che dovrebbero rappresentarla e tutelarla. Un'intera classe di politici, arroccata nella sua torre d'avorio, si è resa sommamente invisa al popolo per non saperne interpretare necessità e bisogni; un'intera classe di tecnici ed amministratori locali non gode più né della stima né della considerazione da parte dei propri concittadini costretti a lottare contro leggerezze, ottusità, burocrazia; una parte cospicua della Chiesa, quella ufficiale e paludata, quella al servizio del potere, quella chiusa nei sacri palazzi, vive lontana e distante dagli ultimi; la stessa Magistratura non appare più al servizio della giustizia ma sembra asservita a giochi politici di parte o limitata da pressioni internazionali.
In questo desolato contesto sono sempre e soltanto i più deboli a pagare. Sono sempre e soltanto i più emarginati a scontare - anche con la propria vita - inefficienze, inerzie e carenze di ogni tipo.
Ma dove va il nostro infelice Paese? Chi e come potrà salvare l'Italia?

sabato 1 ottobre 2011

Beati i ricchi e i banchieri!


Il fondo salva-stati  ricoprirà d'oro banche e speculatori lasciando la Grecia in mutande. I governi hanno chiesto anche ai banchieri di firmare il patto. E i nostri ministri finanziari decideranno il relativo piano nei prossimi giorni.
Gli aiuti dell'Europa per salvare la Grecia rischiano così di andare dritti dritti alle banche.
Ma le banche non hanno necessità di essere soccorse. L'aiuto alle banche altro non sarebbe che una ulteriore possibilità di arricchimento per i banchieri e i loro sodali.
Del resto tutti ricordiamo gli aiuti dello Stato italiano concessi a piene mani alla FIAT. Forse che quei miliardi  sottratti all'erario sono stati utili a mantenere i posti di lavoro degli operai o sono piuttosto andati ad accrescere ancora di più i pingui forzieri all'estero della famiglia Agnelli? 
I soldi pubblici devono servire alle pubbliche necessità e impiegati esclusivamente per venire incontro a chi ha effettivamente bisogno di essere aiutato.
Uno Stato solidale e attento ai suoi cittadini si comporta a questo modo! Uno Stato che fa preferenze di persone consentendo arricchimenti  e privilegi ad una ristretta cerchia di persone è uno Stato non degno di questo nome. Uno Stato che strizza l'occhio ai potenti  passando sulla pelle dei poveri sarebbe più giusto definirlo una consorteria di plutocrati o meglio un'associazione a delinquere.
Se l'Europa intende risolvere in tal modo la crisi della Grecia e le possibili crisi di altri Paesi, tra i quali il nostro,  parte certamente col piede sbagliato.