sabato 19 settembre 2009

Due esempi di forza d'animo e di tranquilla, serena coscienza...

“Con il giudizio degli angeli e la sentenza dei santi, noi dichiariamo Baruch de Spinoza scomunicato, esecrato, maledetto ed espulso, con l'assenso di tutta la sacra comunità [...]. Sia maledetto di giorno e maledetto di notte; sia maledetto quando si corica e maledetto quando si alza; maledetto nell'uscire e maledetto nell'entrare. Possa il Signore mai piú perdonarlo; possano l'ira e la collera del Signore ardere, d'ora innanzi, quest'uomo, far pesare su di lui tutte le maledizioni scritte nel Libro della Legge, e cancellare il suo nome dal cielo; possa il Signore separarlo, per la sua malvagità, da tutte le tribú d'Israele, opprimerlo con tutte le maledizioni del cielo contenute nel Libro della Legge[...]. Siete tutti ammoniti, che d'ora innanzi nessuno deve parlare con lui a voce, né comunicare con lui per iscritto; che nessuno deve prestargli servizio, né dormire sotto il suo stesso tetto, nessuno avvicinarsi a lui oltre i quattro cubiti [circa due metri], e nessuno leggere alcunché dettato da lui o scritto di suo pugno”.

Questo il testo della terrificante scomunica inflitta a Baruch Spinoza, una delle menti più acute e coraggiose dell'umanità. Ma i crudeli castighi invocati sul suo capo non produssero l'effetto voluto.
La paura non appartiene ai grandi.
E così il filosofo - a dispetto dei suoi ottusi ex correligionari - continuò a vivere in piena serenità e tranquillità di coscienza fino alla morte.

"Dopo il colloquio avuto con V. Eminenza, ringrazio il Signore che mi mantiene in quella pace serena, che viene solo da Lui. Nella mia pochezza io non vedo quale dovere o compito non abbia osservato in tutti gli anni della mia missione pastorale; ma non occorre ripetere che la mia volontà sarà sempre uniformata a quella del Signore (anche se mi si vuole macinare come il grano) e a quella dei miei venerati Superiori. Tuttavia siccome il Signore stesso e la Santa Madre Chiesa non hanno mai negato a nessuno il diritto alla legittima difesa, mi permetto di esporre...L'accenno alle mie condizioni di salute è un mito di menzogna, come tanti altri. La mia vista è ottima (dico ottima) e molto superiore al bisogno; il mio udito è sufficiente e fino ad oggi mi ha consentito di confessare e di conversare regolarmente con Vostra Eminenza e con centinaia di persone ecclesiastiche e laiche, che vengono a conferire. In caso di bisogno, potrei esibire un certificato medico o sottopormi alla visita di un professore scelto da Vostra Eminenza..."

Questi invece i brani di una lettera di Mons. Angelo Ficarra, Vescovo di Patti, al Cardinale Ruffini di Palermo. Il dotto e pio Vescovo siciliano dovette subire per anni una feroce persecuzione da parte della Curia di Roma che, con insospettato accanimento in uomini di Chiesa, gli chiedeva le volontarie dimissioni per non aver favorito - questa era l'accusa partita dai notabili democristiani di Patti - il successo della D.C. alle elezioni amministrative del 1946. Alla fine il povero Vescovo venne esautorato e rimosso ingiustamente da un potere cinico e senza rispetto per la dignità dellle persone.
Per chi ne volesse sapere di più consiglio "Dalle parti degli infedeli" di Leonardo Sciascia - Sellerio Editore Palermo. Il libro, che si avvale di documenti a suo tempo dichiarati segreti dal Sant'Uffizio, si legge tutto d'un fiato per come è interessante, denso e istruttivo. La figura del vescovo ne esce benissimo; il Card. Piazza e la Curia romana malissimo.

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