sabato 15 novembre 2008

Eluana


Cari amici,

E' un monito per tutti la sorte a cui è stata condannata Eluana Englaro, la quale "non è un caso, ma una persona, una donna ferita nel corpo e nella mente...una donna il cui stato di coscienza resta per noi un mistero, ma che è e rimane nella pienezza della sua inviolabile dignità di persona" ( Card. Dionigi Tettamanzi).
Guardiamo a questa creatura con lo sguardo della fede e in lei vediamo anche tutti coloro che si trovano nella medesima condizione. Sono persone umane, create ad immagine di Dio, redente dal sangue di Gesù Cristo e ora unite a Lui sulla Croce.
Il loro stato non è di passività, ma di massima attività perchè, in unione con Gesù crocifisso, cooperano alla salvezza del mondo. L'umanità è stata redenta dalla condizione di disperazione e di morte mediante la sofferenza del Figlio di Dio. Il dolore di innumerevoli creature, unito a quella di Gesù, lava il mondo dal fango che lo ricopre.
Con la preghiera, il digiuno, i sacrifici e l'offerta delle nostre sofferenze stiamo con Eluana uniti alla croce del Redentore, perchè su questo mondo sporco di sangue scenda il lavacro della divina misericordia.
Vostro Padre Livio
Questo è il messaggio che ho trovato stamattina nella mia posta perché iscritto alla newsletter di Radio Maria. E questa è la mia risposta:

Caro Padre Livio,

Lei certamente ricorda quel che scriveva il poeta dei "Miserabili": "Voglio schiodare il martire dal crocifisso e dischiodare il Cristo dal cristianesimo..."


La mia modestissima opinione, valga quel che valga, è invece la seguente.
L'uomo più che assomigliare a Dio assomigla a Lucifero. L'uomo, questo bipede impastato di fango e dalla pelle del colore del vomito, ha in sé la stessa ambizione sfrenata di quell'angelo decaduto e ribelle che per primo commise il più grande dei peccati: farsi uguale a Dio.
Egli ha costruito e collaudato nel tempo un'ardita impalcatura teologica, in apparenza suggestiva e consolatoria ma sostanzialmente feroce e diabolica, dalla quale precipita nella disperazione e nel dolore uno stuolo sconfinato di infelici suoi simili.
Egli continua a sacrificare senza scrupoli e ogni giorno cento, mille, milioni di vittime sulla stessa croce della Vittima per eccellenza.
Il mite Galileo non c'entra nulla con questa aberrante teologia della sofferenza e della morte.
Il gioioso profeta, che inneggiava alla vita nelle felici contrade della Palestina, non ha niente a che fare con questa atroce, oscura, cruenta teoria della colpa e dell'espiazione.
Egli fu soltanto una Vittima, la più sublime e innocente di tutte, che un doppio potere ipocrita - sacerdotale e politico - immolò e continua ad immolare sull'altare della crudeltà e della ragion di stato.
Che si lasci quindi Eluana libera di portare a compimento la sua morte.
Che si lascino in pace i suoi genitori.
Che vinca la pietà.
Che lo strazio abbia fine.
Dio, con dolcezza infinita, le aveva già chiuso gli occhi 16 anni fa.
Gli aguzzini non si trovano soltanto nei lager, nei campi di concentramento o in altri luoghi di tortura ma talvolta anche in una sala di rianimazione.
Così come si trovavano, impassibili e senz'anima, accanto ai mille roghi voluti ed eretti da chi Lei ben conosce.

4 commenti:

lellofieramosca ha detto...

A volte le parole possono non esprimere il vero significato.
A volte il pianto é la soluzione più istintiva e forse migliore.
Ciao Ever e buon fine settimana.

evergreen ha detto...

La colpa piu grande dell'uomo è di essersi inventato una colpa, caro Lello. Auguro una felice domenica a te e a tua moglie!

Peppe ha detto...

Spero che la sentenza della cassazione non venga streumentalizzata per altri casi, si rischierebbe di legalizzare l'eutanasia.

evergreen ha detto...

La buona morte, l'eutanasia è una cosa...l'accanimento terapeutico inutile un'altra. Ma, detto sinceramente, io non vedrei nessun reato, nessun oltraggio alla vita se uno decidesse per sé - con testamento biologico - una fine dolce che ponga pietosamente termine ad un'esistenza ormai gravemente danneggiata e senza possibilità di recupero, quando cioè le sue condizioni di vita dovessero risultare irrimediabilmente compromesse, insopportabili e prive di ogni benchè minima dignità, quando - in una parola - la vita non è più degna di essere vissuta nella sua gioiosa pienezza.