martedì 11 marzo 2008

Eutanasia



E' grande il dolore e forte lo smarrimento che ci prendono di fronte alla sofferenza. Soprattutto di fronte a quella dei propri cari. E credo che prima o poi tocchi a tutti confrontarsi con questi sgradevoli ma inevitabili appuntamenti della vita. E' appunto in questi casi che ci poniamo domande che normalmente non ci avrebbero nemmeno sfiorati! Una di queste riguarda la liceità di interrompere una vita che è ormai ineluttabilmente compromessa dalla malattia e irrimediabilmente avviata verso la sua certa e dolorosa conclusione. Domanda pienamente legittima. Come legittima sarebbe una risposta di pietoso e amorevole assenso. Quando la malattia si trasforma in una degradante perdita di dignità, quando la sofferenza diventa un crudele e disumano peso fine a se stesso, anche le risposte più radicali e all'apparenza più crudeli possono infatti rappresentare un estremo atto di carità. L'eutanasia non è da condannare ciecamente in nome di Dio e della vita. Ritengo anzi che proprio le ragioni della vita autorizzino la pietà di un gesto che non è contro Dio ma è unicamente a favore delle creature che Egli stesso aveva chiamato alla gioia di un'esistenza piena e felice e che tale non è più.

Nessun commento: