mercoledì 25 febbraio 2026

Elemosina o giustizia?

Il Vangelo tradito dalla beneficenza

Di Gianni Urso
C’è una parola che attraversa i secoli con un’aura di bontà indiscussa: elemosina. Sembra inattaccabile. Eppure è una parola ambigua, che può custodire il cuore del Vangelo oppure tradirlo radicalmente. Tutto dipende da come la intendiamo. Se la riduciamo a gesto paternalistico, diventa l’atto con cui il privilegiato conserva il proprio privilegio concedendo una briciola. Se la recuperiamo nella sua radice biblica, essa esplode come parola sovversiva.
L’elemosina, nella sua origine greca (eleēmosýnē), significa misericordia concreta. Ma nel mondo ebraico il concetto è ancora più radicale: la ṣedāqāh, che noi traduciamo spesso con “elemosina”, significa in realtà giustizia. Non è un’opzione morale, è un dovere strutturale. Nel Libro del Deuteronomio si legge che “non vi sarà alcun bisognoso in mezzo a te”: non è una pia esortazione, è un programma sociale. Se il povero esiste, significa che qualcosa nel patto è stato tradito.
I profeti sono implacabili. Nel Libro di Amos Dio rifiuta i sacrifici di chi opprime i deboli. Nel Libro di Isaia il digiuno gradito non è l’astinenza rituale, ma “sciogliere le catene inique”. Qui l’elemosina non è mai sostitutiva della giustizia: è il segno di un ordine che dovrebbe impedire l’accumulo predatorio. Il problema non è quanto dai, ma perché trattieni.
Con Gesù la questione non si attenua, si radicalizza. Nel Vangelo secondo Matteo l’elemosina va fatta nel segreto: non per costruire consenso religioso, ma per sottrarre il gesto alla logica del prestigio. Nel Vangelo secondo Luca la parabola del ricco e di Lazzaro non elogia la generosità occasionale, ma condanna l’indifferenza strutturale. E negli Atti degli Apostoli la prima comunità cristiana non pratica la beneficenza: mette i beni in comune. “Nessuno diceva sua proprietà ciò che gli apparteneva.” Non è filantropia, è rottura con la logica dell’accumulo.
I Padri della Chiesa lo avevano compreso con chiarezza disarmante. Basilio di Cesarea afferma che il pane conservato appartiene all’affamato; Giovanni Crisostomo dichiara che non condividere i beni è rubare ai poveri. Qui l’elemosina non è generosità: è restituzione. La proprietà privata non è assoluta, è relativa al bene comune. È un linguaggio che oggi definiremmo quasi scandaloso, ma che allora era teologia cristiana ortodossa.
E poi? Poi la storia ha addomesticato questa radicalità. Nel Medioevo l’elemosina diventa anche strumento penitenziale, mezzo per accumulare meriti spirituali, talvolta pratica legata al finanziamento di istituzioni ecclesiastiche. Senza negare l’immenso patrimonio di opere caritative nate nella Chiesa, resta un’ambiguità: il povero diventa funzionale alla salvezza del ricco. La struttura economica non viene scardinata; viene temperata da gesti di misericordia. La carità supplisce dove la giustizia manca.
Con la modernità industriale la questione esplode. L’enciclica Rerum Novarum riconosce la questione operaia, ma difende la proprietà privata come diritto naturale, cercando un equilibrio tra capitale e lavoro. Più tardi, testi come Fratelli Tutti parlano di fraternità universale e criticano l’economia dello scarto. Eppure, nella prassi ecclesiale ordinaria, la carità personale resta spesso il linguaggio dominante, mentre la trasformazione strutturale rimane timida, talvolta temuta.
E qui sta il punto teologico decisivo: un sistema che produce poveri in modo sistemico può essere corretto con l’elemosina? Se la povertà non è fatalità ma conseguenza di meccanismi economici, allora la sola beneficenza rischia di essere anestetico morale. Si dà per non cambiare. Si aiuta senza disturbare l’ordine che genera l’aiuto necessario. Questo non significa negare il gesto immediato. Se un uomo ha fame, il pane va dato. Sarebbe disumano il contrario. Ma fermarsi al pane senza interrogare il sistema che lo rende inaccessibile è tradire il Vangelo nella sua forza profetica. L’elemosina come gesto isolato è insufficiente; come alibi è pericolosa; come restituzione dentro un percorso di giustizia può essere ancora evangelica.
Forse il problema non è la pratica in sé, ma la sua teologia implicita. Se l’elemosina presuppone che io sono proprietario assoluto e scelgo di concedere qualcosa, essa consolida la disuguaglianza. Se invece riconosce che il superfluo non è mio e che la ricchezza ha una destinazione universale, allora diventa atto di giustizia. La differenza è enorme.
La domanda, dunque, non è se dobbiamo fare l’elemosina. La domanda è perché esista ancora qualcuno costretto a viverne. Finché la risposta sarà affidata solo alla bontà individuale e non a una trasformazione delle strutture, l’elemosina resterà il segno di una società che ha normalizzato l’ingiustizia. E una Chiesa che si limita a distribuirla senza mettere in discussione le cause rischia di tradire quella parola che pure proclama ogni domenica.
Il Vangelo non chiede semplicemente di essere generosi. Chiede di cambiare il modo di vivere insieme. Finché questo non accade, l’elemosina sarà necessaria. Ma la sua necessità sarà il segno del nostro fallimento collettivo.

Un post che avrei voluto scrivere io ma non ne sarei stato capace.
Lo ritengo un piccolo, prezioso, essenziale trattato di "economia politica" cristiana.





domenica 31 agosto 2025

Due parole in un orecchio



A me dispiace che un Papa come Francesco, intrepido e passionale annunciatore del Vangelo, un Pontefice che personalmente ho amato molto e che ho considerato un vero dono di Dio alla Chiesa e al mondo, venga considerato anche da morto un usurpatore del trono di Pietro, un eretico, un traditore dell’ortodossia, un vuoto parolaio, un populista, un perfido ingannatore, un cinico antiCristo e tanto altro ancora.

In tale denigratorio contesto, la fitta schiera dei detrattori di Francesco, con evidente malevolo retro pensiero, non smette tuttavia di tessere le lodi del nuovo Papa americano che, nelle loro intenzioni, metterà finalmente in soffitta un Pontificato sciagurato e sciatto che ha avuto il torto di aver svuotato le chiese, che ha benedetto quello che non doveva benedire, che ha avuto la colpa di predicare la misericordia erga omnes, che ha avuto l’ardire di ridimensionare la proprietà privata, che ha condannato senza indugio la ferocia delle guerre e il cinismo dei mercanti di armi, che non ha mai cessato di difendere poveri, emarginati, migranti e che ha infine avuto il coraggio temerario di testimoniare con uno stile di vita semplice la fedeltà agli imperiosi doveri di sobrietà richiesti a qualsiasi cristiano.
Tutto questo è desolante e dimostra ancora una volta che i figli delle tenebre tentano con ogni mezzo, lecito e illecito, di avere il sopravvento sui figli della luce.
Sono sicuro che Papa Leone saprà difendersi da par suo dalle insidie di questi subdoli lodatori, i quali - nella pratica quotidiana -, pur professandosi cristiani, non mi pare che siano mai stati capaci di riconoscere nel povero, nel migrante, nell’affamato, nell’assetato, nel perseguitato il volto stesso di Dio.

venerdì 18 aprile 2025

Giorgia Meloni alla corte di Trump



Leggo quasi dappertutto entusiastici apprezzamenti per il grande successo (sic!) riportato nella giornata di ieri dalla nostra PdC in visita alla corte di Trump.

I rapporti amichevoli e privilegiati con gli USA avrebbero suggellato, secondo la stampa di regime, un'innegabile e ormai inattaccabile posizione di prestigio raggiunta a livello internazionale da Giorgia Meloni.
Buon per lei!

Ricordo che, in anni lontani, sull'altro fronte, venivano celebrati allo stesso modo i rapporti più che amichevoli di Berlusconi con Putin.
Ma una domanda mi viene da rivolgere agli interessati "laudatores" di ieri ed ai nuovi "laudatores" di oggi.

E la domanda è questa:
in che modo migliorò concretamente la vostra personale posizione economica per effetto di quei rapporti amichevoli del Cavaliere con Putin e come potrebbe migliorare concretamente domani per effetto dei benevoli rapporti di Trump con la nostra Giorgia?

La mia personale risposta è che non cambiò quasi niente allora e non cambierà assolutamente niente di niente domani.
I veri trionfi non sono questi ma quelli che - pur tra mille difficoltà - tentano di costruire senza chiasso, senza vanagloria, senza inutili proclami un Paese prospero, giusto, libero, tollerante e finalmente pacificato.

martedì 15 aprile 2025

Giuda Iscariota, il Calvario, la Croce e l'aquila di Roma

Faustino Bocchi (1659-1742) - Salita di Cristo al monte Calvario

 Provate per un attimo a calarvi nel clima storico-politico che si respirava negli anni della prima ed ancor più della seconda metà del I secolo della nostra era volgare. Roma era la capitale del mondo. I Romani avevano conquistato gran parte dei territori allora conosciuti. Il controllo sui popoli sottomessi – per quanto illuminato e tollerante rispetto alle tradizioni locali possa essere giudicato il metodo di governo di Roma – era in sostanza duro e inflessibile. Le voci di dissenso venivano prontamente e ferocemente soffocate. Lo stesso Giuseppe Flavio dà conto di innumerevoli esecuzioni avvenute nella sua Patria soprattutto nel periodo in cui Ponzio Pilato ne era il Procuratore. Le croci furono innalzate a migliaia. La ribellione degli Ebrei costò fiumi di sangue ad un popolo fiero ed orgoglioso della sua indipendenza e schiere di patrioti furono messi a morte senza pietà. Gesù ne seguì la medesima sorte per decisione di Pilato e per mano di soldati romani.

L’aquila di Roma si staglia nitida e minacciosa sulla scena del Calvario.

 Provate anche ad immaginare quale possibilità di penetrazione nel mondo romano avrebbe potuto avere una “buona novella” fedele ai fatti e divulgata ingenuamente per come essi si erano realmente svolti. Una cautela politica ed una preoccupazione di non offendere minimamente l’odiato oppressore sono alla base dell’elaborazione dei fatti della Passione e Morte. I redattori anzi hanno voluto far cadere la responsabilità della fine di Gesù quasi interamente sugli Ebrei. Pilato, il crudelissimo e sanguinario Pilato di Giuseppe Flavio, diviene di colpo un funzionario debole ed arrendevole. Addirittura gli vengono messe in bocca le improbabili parole “non ho trovato alcuna colpa in quest’uomo”. Ai capi del popolo ed alla folla che si accalcava nel pretorio è addossata per intero la colpa di aver invocato a gran voce la condanna del Giusto che perfino il Procuratore voleva a tutti i costi salvare. Più settari ed antistorici di così i redattori dei vangeli non potevano essere.

 In questo contesto suonano false  e costruite ad arte talune circostanze tra le quali ne elenco alcune: nel poco spazio disponibile all’interno del pretorio era assolutamente impossibile riunire una folla così numerosa come quella che descrivono i vangeli. Ed ancora: è logico pensare che Gesù, dopo aver attraversato tante contrade e tante città della Sua nazione facendo del bene a tutti, dopo aver miracolato e sfamato migliaia di persone, si trovasse inspiegabilmente tutti contro proprio nel momento cruciale? Anche la famosa risposta di Gesù: “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” (si noti quel “Cesare” anteposto addirittura al successivo “e a Dio”) è frutto anch’essa una elaborazione dei redattori preoccupati di ingraziarsi Roma ed i rappresentanti del suo potere. Pure la vicenda di Giuda, traditore e rinnegato, si inquadra secondo me nel medesimo disegno dei redattori di voler a tutti i costi scagionare Roma e i rappresentanti del suo apparato politico-militare. Oltre tutto la morte di Giuda è riportata in modo contraddittorio dagli Atti degli Apostoli e dal Vangelo di Matteo (XXVII capitolo) cioè secondo due versioni nettamente ed apertamente contrastanti tra loro. Luca, l'autore degli Atti, riferendo direttamente il discorso di Pietro, scrive che il traditore era stato giustiziato ed era stato trovato morto attaccato per i piedi ad un albero, col ventre aperto e le budella sparpagliate al suolo. Il Vangelo di Matteo invece, con insanabile contraddizione, tramanda che Giuda morì suicida dopo essersi impiccato.

 Ma tutto questo non doveva rimanere senza conseguenze. I germi nefasti dell’antigiudaismo erano stati irreparabilmente inoculati. L’operazione “Giuda” ne ha favorito una lenta e progressiva incubazione che, durata secoli, doveva  sfociare nella persecuzione, la deportazione e lo sterminio del popolo ebreo.

sabato 12 aprile 2025

Il trono di Pietro, la maglietta della salute e il poncho argentino.




Mentre, nell’antica reggia papale, fervevano i preparativi per la cena di gala che avrebbe rappresentato il culmine orgiastico di un potere che ha inteso celebrare in pompa magna (media compresi) l’inossidabile ma, per certi versi, impresentabile monarchia inglese, a poca distanza dal Quirinale, in una Basilica di San Pietro semideserta, si compiva un miracolo di sobrietà, di semplicità, di autentica grandezza. 
Un vecchio Papa su una sedia a rotelle, con le cannule nasali per l’ossigenoterapia, senza mitria, senza zucchetto, senza piviale, senza pastorale, senza alcun segno di gloria, ricoperto a malapena da un umile poncho che non gli copriva nemmeno la spalla, non più omaggiato da re e regine o da altri pavoni e pavonesse della nostra boccheggiante democrazia ma salutato con affetto da un intrepido e spontaneo ragazzino, attraversava con discrezione la navata dell’immensa Basilica e, in quel preciso momento, officiava a sorpresa il più solenne dei suoi pontificali, recitava la più sacra delle sue preghiere (Egli stesso - con il suo carico di sofferenza - era una preghiera!) e pronunciava la più straordinaria delle sue omelie dando al mondo la più splendida testimonianza di se stesso. 
L’umanità non è mai stata disposta ad accettare gli irritanti segni del potere ma ha sempre privilegiato il “potere dei segni”, soprattutto quando questi parlano di servizio, di umiltà, di impegno, di esempio e di libertà, la libertà dei figli di quel Dio che “depose i potenti dal trono ed esaltò gli umili”. 
Vedendo le foto che lo ritraggono nella sua disarmata e impietosa fragilità, qualcuno si è già rammaricato del fatto che il Papa non si sia ancora deciso a dimettersi, per ciò stesso insinuando dubbi sulla tenuta della sanità mentale di Francesco. Ma, se anche fosse accertato un tratto di lieve follia nel recente gesto del Papa, un Papa che del resto non è mai stato accettato da chi continua ad ignorare la forza rivoluzionaria del messaggio cristiano, si tratterebbe della più sana delle follie, la follia di quel Gesù di Nazareth che scelse di vivere nel totale nascondimento e nella piena condivisione dei dolori e delle sofferenze degli uomini.
Al diavolo la forma, al diavolo le preziose pianete, al diavolo le mitrie, al diavolo i ricchi pastorali, al diavolo la tonaca bianca, al diavolo tutti gli orpelli del comando e del potere. 
Quel che conta è la sostanza e di sostanza - per chi ha occhi per vedere - ce n’è tanta, tantissima nell’uscita pomeridiana dell’altro ieri di questo imprevedibile Pontefice. 
Che il Signore lo custodisca per tanti anni ancora!

domenica 9 marzo 2025

Italia capta ferum victorem cepit

In genere noi europei e, in particolare, noi italiani abbiamo quasi sempre seguito gli americani non solo in politica estera ma anche in tutto il resto.

Se un qualcosa prendeva piede in America, si era abbastanza sicuri che quel qualcosa sarebbe sbarcato dopo qualche anno anche da noi.

È successo così dal secondo dopoguerra in poi, anche se bisogna riconoscere che un qualcosa come la mafia noi eravamo riusciti ad esportarla molto prima.

Tuttavia in questi giorni mi è venuto da pensare che quel che sta avvenendo oggi nell'America di Trump noi l'abbiamo già vissuto, sperimentato, consentito e collaudato negli anni del più sfrenato berlusconismo.

Noi italiani, senza saperlo, siamo così diventati per gli USA un modello da copiare e da importare.

Cos’altro infatti ha rappresentato da noi il berlusconismo se non il culto esasperato del successo, la beatificazione in vita e in morte di un Unto del Signore, l’esaltazione della ricchezza senza limiti, la rivincita dei vizi privati sulle pubbliche virtù, lo svilimento progressivo della sobrietà, della serietà e della morale negli affari come nella vita, il trionfo della megalomania e del lusso, lo sdoganamento di una destra eversiva, violenta e razzista che ha finito per occupare il Paese, in una parola l’affermarsi in nuce di una plutocrazia della peggiore specie con colossali conflitti di interesse mai risolti e con una marcata avversione al potere giudiziario?

Ebbene nell’America di Trump, fatte le debite differenze, avviene oggi esattamente la stessa cosa.
La corte di Trump ricalca più o meno la corte del vecchio imperatore romano con qualche cortigiana in più passata in tutta fretta da una corte all’altra.

E comunque va detto che noi italiani siamo davvero bravi perché, almeno un paio di volte, siamo stati noi ad esportare oltre oceano dei modelli di organizzazione e non viceversa, come solitamente è avvenuto dal secondo dopoguerra in poi in fatto di moda, di musica, di letteratura e di costume.

Il primo modello esportato è stata la mafia.
Il secondo un qualcosa che con la mafia ha avuto ed ha abbastanza a che fare.

Mi sembra quindi il caso di modificare in tal modo il vecchio adagio: Italia capta ferum victorem cepit!

sabato 25 gennaio 2025

Conversione di Paolo di Tarso

Fu grazie a una caduta da cavallo

Che quel persecutore che sappiamo

A Tua divinità fornì l'avallo.

#terzine #PaolodiTarso #Caravaggio #ipostasidivina 





Elemosina o giustizia?

Il Vangelo tradito dalla beneficenza Di Gianni Urso C’è una parola che attraversa i secoli con un’aura di bontà indiscussa: elemosina. Sembr...