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martedì 15 aprile 2025

Giuda Iscariota, il Calvario, la Croce e l'aquila di Roma

Faustino Bocchi (1659-1742) - Salita di Cristo al monte Calvario

 Provate per un attimo a calarvi nel clima storico-politico che si respirava negli anni della prima ed ancor più della seconda metà del I secolo della nostra era volgare. Roma era la capitale del mondo. I Romani avevano conquistato gran parte dei territori allora conosciuti. Il controllo sui popoli sottomessi – per quanto illuminato e tollerante rispetto alle tradizioni locali possa essere giudicato il metodo di governo di Roma – era in sostanza duro e inflessibile. Le voci di dissenso venivano prontamente e ferocemente soffocate. Lo stesso Giuseppe Flavio dà conto di innumerevoli esecuzioni avvenute nella sua Patria soprattutto nel periodo in cui Ponzio Pilato ne era il Procuratore. Le croci furono innalzate a migliaia. La ribellione degli Ebrei costò fiumi di sangue ad un popolo fiero ed orgoglioso della sua indipendenza e schiere di patrioti furono messi a morte senza pietà. Gesù ne seguì la medesima sorte per decisione di Pilato e per mano di soldati romani.

L’aquila di Roma si staglia nitida e minacciosa sulla scena del Calvario.

 Provate anche ad immaginare quale possibilità di penetrazione nel mondo romano avrebbe potuto avere una “buona novella” fedele ai fatti e divulgata ingenuamente per come essi si erano realmente svolti. Una cautela politica ed una preoccupazione di non offendere minimamente l’odiato oppressore sono alla base dell’elaborazione dei fatti della Passione e Morte. I redattori anzi hanno voluto far cadere la responsabilità della fine di Gesù quasi interamente sugli Ebrei. Pilato, il crudelissimo e sanguinario Pilato di Giuseppe Flavio, diviene di colpo un funzionario debole ed arrendevole. Addirittura gli vengono messe in bocca le improbabili parole “non ho trovato alcuna colpa in quest’uomo”. Ai capi del popolo ed alla folla che si accalcava nel pretorio è addossata per intero la colpa di aver invocato a gran voce la condanna del Giusto che perfino il Procuratore voleva a tutti i costi salvare. Più settari ed antistorici di così i redattori dei vangeli non potevano essere.

 In questo contesto suonano false  e costruite ad arte talune circostanze tra le quali ne elenco alcune: nel poco spazio disponibile all’interno del pretorio era assolutamente impossibile riunire una folla così numerosa come quella che descrivono i vangeli. Ed ancora: è logico pensare che Gesù, dopo aver attraversato tante contrade e tante città della Sua nazione facendo del bene a tutti, dopo aver miracolato e sfamato migliaia di persone, si trovasse inspiegabilmente tutti contro proprio nel momento cruciale? Anche la famosa risposta di Gesù: “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” (si noti quel “Cesare” anteposto addirittura al successivo “e a Dio”) è frutto anch’essa una elaborazione dei redattori preoccupati di ingraziarsi Roma ed i rappresentanti del suo potere. Pure la vicenda di Giuda, traditore e rinnegato, si inquadra secondo me nel medesimo disegno dei redattori di voler a tutti i costi scagionare Roma e i rappresentanti del suo apparato politico-militare. Oltre tutto la morte di Giuda è riportata in modo contraddittorio dagli Atti degli Apostoli e dal Vangelo di Matteo (XXVII capitolo) cioè secondo due versioni nettamente ed apertamente contrastanti tra loro. Luca, l'autore degli Atti, riferendo direttamente il discorso di Pietro, scrive che il traditore era stato giustiziato ed era stato trovato morto attaccato per i piedi ad un albero, col ventre aperto e le budella sparpagliate al suolo. Il Vangelo di Matteo invece, con insanabile contraddizione, tramanda che Giuda morì suicida dopo essersi impiccato.

 Ma tutto questo non doveva rimanere senza conseguenze. I germi nefasti dell’antigiudaismo erano stati irreparabilmente inoculati. L’operazione “Giuda” ne ha favorito una lenta e progressiva incubazione che, durata secoli, doveva  sfociare nella persecuzione, la deportazione e lo sterminio del popolo ebreo.

sabato 12 aprile 2025

Il trono di Pietro, la maglietta della salute e il poncho argentino.




Mentre, nell’antica reggia papale, fervevano i preparativi per la cena di gala che avrebbe suggellato il culmine orgiastico di un rituale inteso a celebrare in pompa magna l’inossidabile ma, per certi versi, impresentabile monarchia inglese, a poca distanza dal Quirinale, in una Basilica di San Pietro semideserta, si compiva un miracolo di sobrietà, di semplicità, di autentica grandezza. 
Un vecchio Papa su una sedia a rotelle, con le cannule nasali per l’ossigenoterapia, senza mitria, senza zucchetto, senza piviale, senza pastorale, senza alcun segno di gloria, ricoperto a malapena da un umile poncho che non gli copriva nemmeno la spalla, non più omaggiato da re e regine o da altri pavoni e pavonesse della nostra boccheggiante democrazia ma salutato con affetto da un intrepido e spontaneo ragazzino, attraversava con discrezione la navata dell’immensa Basilica e, in quel preciso momento, officiava a sorpresa il più solenne dei suoi pontificali, recitava la più sacra delle sue preghiere (Egli stesso - con il suo carico di sofferenza - era una preghiera!) e pronunciava la più straordinaria delle sue omelie dando al mondo una splendida testimonianza di se stesso. 
L’umanità non è mai stata disposta ad accettare gli irritanti segni del potere ma ha sempre privilegiato il “potere dei segni”, soprattutto quando questi parlano di servizio, di umiltà, di impegno, di esempio e di libertà, la libertà dei figli di quel Dio che “depose i potenti dal trono ed esaltò gli umili”. 
Vedendo le foto che lo ritraggono nella sua disarmata e impietosa fragilità, qualcuno si è già rammaricato del fatto che il Papa non si sia ancora deciso a dimettersi, per ciò stesso insinuando dubbi sulla tenuta mentale di Francesco. Ma, se anche fosse accertato un tratto di lieve follia nel recente gesto del Papa, un Papa che del resto non è mai stato accettato da chi continua ad ignorare la forza rivoluzionaria del messaggio cristiano, si tratterebbe della più sana delle follie, la follia di quel Gesù di Nazareth che scelse di vivere nel totale nascondimento e nella piena condivisione dei dolori e delle sofferenze degli uomini.
Al diavolo la forma, al diavolo le preziose pianete, al diavolo le mitrie, al diavolo i ricchi pastorali, al diavolo la tonaca bianca, al diavolo tutti gli orpelli del comando e del potere. 
Quel che conta è la sostanza e di sostanza - per chi ha occhi per vedere - ce n’è tanta, tantissima nell’uscita pomeridiana dell’altro ieri di questo imprevedibile Pontefice. 
Che il Signore lo custodisca per tanti anni ancora!

domenica 9 marzo 2025

Italia capta ferum victorem cepit

In genere noi europei e, in particolare, noi italiani abbiamo quasi sempre seguito gli americani non solo in politica estera ma anche in tutto il resto.

Se un qualcosa prendeva piede in America, si era abbastanza sicuri che quel qualcosa sarebbe sbarcato dopo qualche anno anche da noi.

È successo così dal secondo dopoguerra in poi, anche se bisogna riconoscere che un qualcosa come la mafia noi eravamo riusciti ad esportarla molto prima.

Tuttavia in questi giorni mi è venuto da pensare che quel che sta avvenendo oggi nell'America di Trump noi l'abbiamo già vissuto, sperimentato, consentito e collaudato negli anni del più sfrenato berlusconismo.

Noi italiani, senza saperlo, siamo così diventati per gli USA un modello da copiare e da importare.

Cos’altro infatti ha rappresentato da noi il berlusconismo se non il culto esasperato del successo, la beatificazione in vita e in morte di un Unto del Signore, l’esaltazione della ricchezza senza limiti, la rivincita dei vizi privati sulle pubbliche virtù, lo svilimento progressivo della sobrietà, della serietà e della morale negli affari come nella vita, il trionfo della megalomania e del lusso, lo sdoganamento di una destra eversiva, violenta e razzista che ha finito per occupare il Paese, in una parola l’affermarsi in nuce di una plutocrazia della peggiore specie con colossali conflitti di interesse mai risolti e con una marcata avversione al potere giudiziario?

Ebbene nell’America di Trump, fatte le debite differenze, avviene oggi esattamente la stessa cosa.
La corte di Trump ricalca più o meno la corte del vecchio imperatore romano con qualche cortigiana in più passata in tutta fretta da una corte all’altra.

E comunque va detto che noi italiani siamo davvero bravi perché, almeno un paio di volte, siamo stati noi ad esportare oltre oceano dei modelli di organizzazione e non viceversa, come solitamente è avvenuto dal secondo dopoguerra in poi in fatto di moda, di musica, di letteratura e di costume.

Il primo modello esportato è stata la mafia.
Il secondo un qualcosa che con la mafia ha avuto ed ha abbastanza a che fare.

Mi sembra quindi il caso di modificare in tal modo il vecchio adagio: Italia capta ferum victorem cepit!

sabato 18 gennaio 2025



Mi trovo talmente in sintonia con queste ispirate, lucidissime riflessioni che ho deciso di farne un post mediante copia-incolla sul mio blog.

Aggiungo soltanto che "Spiritus ubi vult spirat" e qui, secondo me, ha soffiato alla grande.

Grazie Ortensio da Spinetoli!

GERUSALEMME CHE UCCIDE l PROFETI
di O. da Spinetoli
La scelta di Leonardo Boff di "abbandonare" la chiesa istituzionale per quella evangelica non può essere sorprendente per un cristiano. La realtà e la ripetizione nel tempo dell'opzione fondamentale di Cristo che ha preferito rimanere libero profeta che diventare una pedina del potere sacro. E' la sorte che dovrebbe seguire ogni suo discepolo (Mt 10, 24).
L'ideale comunitario vagheggiato da Gesù era troppo originale per essere subito capito e attuato. "Non fatevi chiamare maestro, guida, capo", - "voi siete tutti fratelli" (Mt 23, 8 -12). Nel mondo quelli che comandano signoreggiano sui loro sudditi, "ma tra voi non è così", "chi vuole diventare grande sia vostro servo" (Mt 20, 24-27): "chi vuole essere primo sia servo di tutti" (Mc 10, 44); "il più grande sia il più piccolo" (Lc 22, 26). E' la carta costituzionale della chiesa che Giovanni sostituisce con la lavanda dei piedi (Gv 13, 1-17).
Ma una tale proposta insieme a varie altre, quali relatività del culto (Mt 5, 23-24), l'abbattimento del tempio (Mt 24, 2: At 7,48), la "beatificazione" dei poveri (Mt 5,3; 11,5: Lc 4, 18) è rimasta inascoltata.
Quando la moltitudine cristiana ha cercato di organizzarsi, ha guardato più ai modelli circostanti, giudaici (sommo sacerdozio, sinedrio, popolo) o ellenistici (re, arconte, assemblea, plebe) che ai suggerimenti di Cristo.
Gesù ha annunziato anche la chiesa, ma non pensava ad una società perfetta bensì ad una comunione di amici, di uguali, di fratelli. Il cosiddetto "primato di Pietro", la "funzione apostolica" non ripetono un'intenzione originaria del fondatore, ma attestano un'evoluzione, meglio un'involuzione del suo messaggio. I suoi immediati seguaci hanno creduto affidare l'unità, la compattezza della chiesa più che al soffio vivificatore dello Spirito, ad una gendarmeria d'occasione diventata sempre più dura nel corso dei secoli.
Anche la chiesa, come tutte quelle esistenti, sarà una monarchia di diritto divino, quindi assoluta, e, quel che è peggio, lo è tutt'ora, nonostante la maturazione culturale che la società ha da secoli raggiunto. E' anzi più ferrea di qualsiasi altra perché penetra negli stessi pensieri e sentimenti dell'uomo.
"Le dominazioni terrene rimangono esteriori, superficiali: quella ecclesiale viene a vincolare gli animi, a instaurare una prigione dura e inflessibile. Il sistema teologico è stato ed è strumento di potere perfetto, efficace, senza uguali".
Il Concilio Vaticano II ha riscoperto il primato del popolo di Dio (Lumen Gentium cap. II) e la funzione subaltema della gerarchia (cap. III) ma ha avuto il torto di lasciare a quest'ultima i suoi antichi titoli nobiliari che alla fine ella ha fatto prevalere. Giovanni Paolo II era tra i "padri" contrari alla Lumen Gentium, per questo, nel suo governo, non poteva farsi guidare da tale Costituzione. Quando egli parla di "Concilio" pensa verosimilmente al Concilio di Trento o al Concilio Vaticano I.
Le parole che si odono sono ancora quelle giuste ("dialogo", "pluralismo", "ecumenismo") ma hanno ripreso i loro vecchi contenuti. Il "sentire con la chiesa" equivale non a confrontare ma a conformare le proprie opinioni con quelle di qualche fortunato teologo che è riuscito a collocarsi, nessuno sa come, nelle vicinanze del soglio pontificio.
"Solo nella chiesa non esiste libertà di opinione, di parole: non si ha un organo di stampa in cui ognuno possa esporre responsabilmente i suoi punti di vista sull'andamento comunitario, le sue interpretazioni dottrinali". "La procedura ecclesiastica è quella che conserva ancora i tratti di un passato infausto". "Le sentenze o condanne pronunciate nel più assoluto segreto (ex informata conscientia), senza l'interpellazione del reo, rispecchiano un procedimento disumano che è agli antipodi del messaggio evangelico. Si tratta di aberrazioni che lasciano ancora sbalorditi. Il codice civile tutela da secoli le persone e i diritti dei cittadini in un modo a cui la chiesa arriverà solo in seguito ad altri due concili" (La conversione della chiesa, pag. 155).
Il dramma di Leonardo Boff è quello di ogni credente che si interroga responsabilmente sull'opportunità di dare il proprio avallo e più ancora il proprio apporto a un sistema egemonico che il vangelo non solo ignora ma apertamente condanna (Mt 4,5-10). Gesù ha obbedito ai suoi genitori (Lc 2, 51), ma ha contestato l'autorità religiosa, al pari dei tiranni (Lc 13, 31). Il cristiano non può abdicare ai doni che Dio gli ha dato, sotterrare il talento ricevuto per compiacere a quanti, abusando
del proprio posto, spadroneggiano sui fratelli. Il cristianesimo per fortuna non è Cristo, meno ancora lo è il cattolicesimo; allo stesso modo il francescanesimo non si confonde con san Francesco.
Il poverello di Assisi si era proposto di adunare, intorno a sé, un gruppo di uomini desiderosi di attuare il discorso della montagna ma, dietro l'intervento o l'intromissione della curia romana, si era trovato al centro di un Ordine a cui non aveva mai pensato né voluto perché in qualsiasi modo fosse stato inteso e attuato costituiva sempre una pedina del sistema feudale dal quale Francesco con la sua conversione era uscito e dal quale voleva tenere lontani i suoi frati.
I veri cristiani non sono quelli registrati nel libro dei battesimi, almeno non sono solo quelli; allo stesso modo i veri francescani non si trovano solo nei chiostri. Il loro numero è noto solo a Dio. E Leonardo Boff vi appartiene adesso al pari o forse più di prima. Non si possono monopolizzare né Cristo né il vangelo che appartengono a tutti. Lo stesso vale per san Francesco, il santo di tutte le religioni. Egli non appartiene ad una nazione, meno ancora ad una setta, ma all'umanità. Leonardo Boff ha lasciato l'Ordine francescano ma non la sequela di san Francesco: ha lasciato la chiesa cattolica non la sequela di Cristo. Vi è dentro più di prima perché senza il supporto di un patronato potente e temibile.
Il sacerdozio ministeriale a cui egli ha rinunciato rientra anch'esso in quelle involuzioni che ha subito la testimonianza di Gesù Cristo e sul quale la comunità credente viene da tempo interrogandosi ma, sembra, inutilmente. Già il termine "ministro" è ambiguo perché fa pensare a una sovrintendenza più che a un servizio come il senso originario del termine (diacono) esige. Gesù non è stato né della tribù di Levi, né di Aronne (Ebr 7, 14) ma un operaio nazaretano che Dio ha favorito di una
singolare vocazione. La diaconia di Gesù si è espletata nella storia e non nel recinto sacro, nell'impegno quotidiano verso gli uomini in difficoltà nello spirito e nel corpo. E' morto non per sostenere i diritti di Dio che nessuno può conculcare, ma dell'uomo, soprattutto di chi è più indifeso, oppresso, maltrattato (teologia della liberazione). Il sacerdozio cristiano non è l'appartenenza a una casta privilegiata, a un gruppo di dominatori o di mercanteggiatori del sacro, ma a un'elite di volenterosi capaci di preporre il bene, la tranquillità, la salute altrui alla propria. Un sacerdozio ben più arduo, scomodo, di quello forgiato dalle organizzazioni religiose di tutti i tempi che hanno rivendicato a sé una mediazione d'ufficio tra Dio e la comunità umana, mediazione inesistente perché Dio tratta direttamente con tutti.
Dio non si placa con il sangue delle vittime, meno ancora con quello del proprio figlio perché non è adirato con nessuno e attende da tutti solo il massimo aiuto per portare avanti il suo disegno creativo e salvifico.
E il maggior contributo non viene da chi è insignito di titolature ma che in concreto opera con maggiore solerzia e capacità per il bene altrui.
Il sacerdozio che conta non è quello che offre doni a Dio, ma arreca sollievo agli uomini. Il "giudice" (transeat) di cui parla Mt 25, 31-46 non chiede ai convocati conto di quello che hanno pensato o detto, ma solo di quello che hanno fatto agli affamati, ai carcerati, ai nudi. E Gesù a conclusione del Discorso della montagna ricorda che non chi scandisce solennemente, nelle grandi liturgie, il nome del Signore appartiene al numero dei suoi discepoli, ma solo chi compie la volontà del padre che è impegnato ad accordare attestati di amore a tutti, buoni e cattivi (Mt 5, 8; 7 21-22).
Il compito che Gesù ha svolto e che rimane sempre scoperto è quello profetico. Il profeta non è un ministro del culto, ma un "servo" della Parola, un docile strumento dello Spirito. Il suo compito è quello di aiutare gli uomini a incontrarsi con Dio, a scoprirlo nelle pieghe del loro lavoro e della loro vita quotidiana. Dio è il grande mistero con cui l'uomo è chiamato a cimentarsi e chiunque è a lui vicino gode della sua familiarità e amicizia è in grado di segnalarlo, di scoprirne il "volto" agli altri. Non si tratta di incombenze ma di competenze; non di autorità ma di autorevolezza, doti che si possono far valere solo se si hanno, non se si suppongono (grazia dello stato).
La santità o amicizia divina non si può regalare con l'imposizione delle mani o con intestazioni giuridiche; occorre averla realmente per poterne fare usufruire i propri simili.
Il gesto di Leonardo Boff è un richiamo ai valori autentici del Vangelo, un ritorno alla vera sequela di Cristo e di Francesco, un recupero del reale rispetto al sacro, dell'uomo della giustizia e della pace rispetto ai convenzionalismi, all'ortoprassi nei confronti delle ortodossie.
Ortensio da Spinetoli


martedì 1 ottobre 2024

Il miracolo perpetuo dell'esistenza

 

Non mi interessa più capire come un dio possa essere uno e trino, come Gesù sia uomo e figlio di dio. 

Sono anch'io figlia di dio e amo con più sincerità il messaggio di Cristo, grandioso nella sua umanità. 

Quando guardavo con gli occhi non vedevo. 

Quando cercavo con il cuore non trovavo. 

Con l'anima, la mia anima nuda, ho finalmente sentito il miracolo perpetuo in ogni atomo dell'esistente.

(Karalis)

Una meravigliosa perla incrociata molti anni fa sul web e tuttora splendida nella sua bellezza oltre che nella sua toccante verità. 

 


mercoledì 9 giugno 2021

Giusto per chiarire!

Due paroline ai miei quattro amici per dire in cinque punti la mia posizione sul problema “migranti”.

1. Parto da un proverbio arabo che trovo splendido nella sua verità e che recita testualmente: “la terra è di Dio”. Il pianeta che abitiamo ci è stato dato infatti come casa comune dove però gli egoismi individuali e collettivi hanno nel tempo disegnato confini invisibili ed eretto muri invalicabili per escludere la maggior parte degli uomini dal possesso e dal godimento dei beni della terra.

2. Lo sfruttamento intensivo e prolungato delle risorse di intere regioni africane, i terribili mutamenti climatici intervenuti nel recente periodo, hanno determinato squilibri economici insanabili tra Paesi ricchi e Paesi poveri, tra Nord e Sud del mondo.

3. La preponderanza di popolazione giovane nel Continente nero a fronte dell’invecchiamento demografico dell’Occidente porterà inevitabilmente ad una diversa colorazione etnica anche nelle nostre città.

4. Occorre una visione di ampio respiro per essere in sintonia con la Storia. Non sarebbe saggio farsi trascinare dal livore e dalle miserie di una politica, quella italiana in particolare, che ha il corto respiro delle convenienze elettorali di parte. Alzare muri o chiudere porti non servirà a bloccare il cammino dell’umanità, da sempre alla ricerca del destino migliore per se stessa e per i propri figli.

5. Ultimo ma non ultimo: “ero straniero e voi mi avete accolto”. Questo messaggio, che si trova nel cuore del Vangelo e che in molti hanno dimenticato, rappresenta per me - cristiano convinto anche se non praticante - la stella polare che orienta il mio modo di vedere e di pensare il problema.

Problema gigantesco che va studiato e approfondito con serietà e competenza, senza fare ricorso a slogan propagandistici urlati nelle piazze e sui social ma che lasciano il tempo che trovano. Per me l’accoglienza e i porti aperti sono quindi fuori discussione ma una concreta, intelligente, tollerante integrazione è la sfida che ci attende nei prossimi anni e che nessun governo ha finora voluto o saputo affrontare.

Fatti sempre salvi il rispetto delle leggi (mi verrebbe da precisare: leggi "giuste", secondo il pensiero di don Milani), la ferma repressione degli abusi e la severa punizione per chi li commette.

lunedì 17 maggio 2021

Adam Kabobo il ghanese, il piccone e l'(in)civiltà dell'indifferenza





Ad armare la mano omicida di Adam Kabobo, in quella terribile giornata milanese dell'11 maggio 2013, fu certamente la follia.

Ma, valga quel che valga, la mia opinione è che in casi come questo la follia non agisce mai da sola e che a farla esplodere in modo pericoloso e imprevedibile sono obiettivi fattori ambientali oltre che insondabili meccanismi psicologici.

A scompaginare progressivamente la mente del giovane ghanese concorsero infatti altri inesorabili nemici.

Nemici subdoli, cinici, senza pietà: la fame, il freddo, l'isolamento, le delusioni, le frustrazioni, le umiliazioni accumulate giorno dopo giorno in una città inospitale, ostile. impermeabile al dolore degli altri; una vita vissuta nell'indifferenza generale, una scansione dolorosa e sempre uguale delle ore in una terra che non è più di Dio ma che appartiene ai singoli egoismi del mondo; una disperazione alimentata dal contatto quotidiano con persone sorde ai bisogni di un clandestino, irritate dalla sua stessa presenza, pronte ad allontanare persino lo sguardo da chi ha il solo torto di ritrovarsi con la pelle più scura. 

Mai un saluto, mai un sorriso, mai una pacca sulla spalla, mai una stretta di mano.

Soltanto crampi allo stomaco e un'infinita, insopportabile, impossibile solitudine.

Come può a lungo rimanere salda la psiche di un uomo in condizioni così estreme di disagio, di solitudine e di sofferenza?

Qualcuno sa dirmelo?

sabato 2 maggio 2020

Dieci consigli (non richiesti) agli utilizzatori di Facebook



Facebook è uno strumento micidiale. Può favorire amicizie, può far ritrovare vecchi compagni di scuola, può far incontrare persone simili per indole e per visione del mondo, può farti scoprire modi di pensare diversi, può farti apprezzare la poesia e la bellezza, può far tutto ma può anche distruggere rapporti personali, può provocare incomprensioni o anche determinare la definitiva rottura di amicizie con la stessa facilità con cui le ha create, può infine metterti nella spiacevole condizione di incrociare senza volerlo ruvidi provocatori di professione e pubblici dispensatori di offese gratuite. Per questo lo strumento va maneggiato con cura e usato con la massima prudenza. 
Le parole possono ferire più di quanto si pensi, un like non concesso può far male a chi magari se lo aspettava, un like dato con disinvoltura può ingenerare aspettative a volte ingiustificate. 
Sarebbe bene attenersi a qualche buona regola per non deludere e per non rimanere delusi dall'utilizzo poco attento di questo geniale e diffuso strumento di comunicazione. 
Ecco quindi, sulla base della mia piccola esperienza, alcuni consigli pratici che darei a chi decidesse oggi di aprire un account su Facebook o su altro social:
- non cercare di chiedere amicizie a destra o a manca solo per il piacere di aumentarne il numero.
Come nella vita i veri amici sono veramente pochi ed è meglio averne pochi, pochissimi, ma buoni. Oltre tutto diventa quasi impossibile gestirli tutti. Il numero massimo consigliato non dovrebbe superare i 100 e questo sarebbe già un bel numero;
- non affrontare mai temi religiosi o temi politici senza la dovuta cautela perché si rischiano incomprensioni e risse a non finire;
- non essere di manica larga e cliccare sul "mi piace" solo quando il post o il commento lo meritano;
- postare preferibilmente immagini tranquille di fiori, di paesaggi, di caffettiere fumanti e di tazzine di caffè che non offendono la suscettibilità di nessuno;
- fare frequente ricorso al poke per gli amici più assidui;
- preferire i più sbrigativi emoticon ad un commento scritto;
- ricercare in ogni caso la brevità e la sintesi. Nessuno è disposto a sorbirsi post lunghi e impegnativi;
- rimandare al proprio blog, se ne hai uno, o affidarsi alle note per gli argomenti che si vogliono trattare in modo più approfondito;
- evitare offese e turpiloquio;
- non depennare nessuno degli amici una volta che siano entrati a far parte della tua cerchia. La sensibilità delle persone è molto più elevata di quanto si crede.

mercoledì 4 ottobre 2017

Montanelli e i generali

Provengo, qualcuno lo sa, dal mondo delle stellette. 
È un mondo che per tanti anni è stato il "mio" mondo, un mondo che ho finito per amare profondamente e che mi ha dato la possibilità di venire in contatto con persone di grandi qualità umane. È pur vero che in questo mondo ho spesso incrociato palloni gonfiati, ho avuto a che fare con personaggi affetti da evidenti deliri di onnipotenza ma ho anche conosciuto tanti colleghi con i piedi per terra, leali, onesti, sinceri; ho anche avuto la fortuna di lavorare quasi sempre con gente semplice, concreta e senza grilli per la testa, quali erano in genere i nostri Sottufficiali; ho anche ammirato l'infinita pazienza e l'incredibile generosità di migliaia di giovani di leva, prima che nelle nostre caserme approdasse un esercito di mestieranti e mercenari.
Nel "mio" Esercito i valori dell'esempio, del sacrificio, della dedizione al dovere erano i pilastri sui quali venivano fatti poggiare, più che sul grado, il prestigio e il carisma dell'autorità.
A questi valori sono stato educato e a questi valori ho cercato di ispirarmi pur con tutti i miei limiti.
Ed è per questo che non ho mai sopportato che, nei gradi più elevati, ci fosse talvolta più di un'ombra ad offuscare una limpida adesione a quei valori nei quali ho sempre creduto da giovane ed ai quali, per fortuna, continuo a credere da vecchio.
Faccio tre nomi a caso per intenderci meglio: il generale Giudice, che, da Comandante della Guardia di Finanza, fu oggetto di un severo editoriale di Montanelli, il generale Speciale, anch'egli ex Comandante della Guardia di Finanza, il generale Rossi, ex Sottosegretario alla Difesa.
Forse qualcuno della mia età ricorderà le vicende del primo ai tempi - ormai lontani - dello scandalo petroli e la mancanza di lealtà del secondo nei confronti dell'allora Ministro Padoa Schioppa. 
Per quanto riguarda il terzo, è nota a tutti la recentissima e niente affatto edificante vicenda dell'assunzione di un figlio come assistente parlamentare da parte del collega di partito on. Caruso.
Di generali così (l'iniziale minuscola è voluta) faremmo molto volentieri a meno e, soprattutto, ne trarrebbe grande vantaggio l'Istituzione.
Ecco il servizio de "Le Iene" che ha scoperchiato la pentola.

domenica 12 febbraio 2017

Coloro che perdi vogliono perderti.

"Le persone non si perdono. Le persone, se le perdi, le puoi chiamare, cercare, rincorrere e, se non ti rispondono, è perché scelgono liberamente di non risponderti e di non esserci più, ne sono consapevoli.
Allora non le hai perse. Sono loro che hanno scelto di perdere te".

Ho colto - come ape da un fiore - questo bel pensiero dal web. Lo ritengo così aderente alla realtà che mi fa piacere condividerlo.

lunedì 19 settembre 2016

Lo spirito di Assisi

Ho sempre guardato con diffidenza e sospetto a questi incontri di Assisi fin da quando -  il 27 ottobre 1986 - Giovanni Paolo II ne volle iniziare con gran pompa la serie. 
Nell'ottica della grandeur e del culto della personalità che caratterizzarono gli anni del papa polacco, essi dovevano rappresentare né più né meno l'equivalente delle ambiziose, inconcludenti e costose passerelle internazionali dei leader politici che niente o quasi hanno prodotto in fatto di pace e di effettivo progresso dell'umanità. Dello "spirito di Assisi" rimane un vuoto e desolante bla-bla che nessuno ha mai tradotto in pratica.
Non è chi non veda che proprio in questi trent'anni sono accresciuti a dismisura i conflitti armati; che proprio in questo periodo sono aumentate - e di molto - le vittime innocenti delle guerre; che mai come oggi una massa enorme di infelici viene sacrificata sull'altare degli interessi economici di chi regge le sorti del mondo; che mai come adesso il pianeta Terra è a rischio per la mancanza assoluta di rispetto per la natura e per l'ambiente.
A cosa servono allora gli incontri periodici tra i leader politici?
A cosa serve questa aggiuntiva, inutile passerella in chiave religiosa?
Spero di sbagliarmi ma temo a nulla!

lunedì 9 maggio 2016

Quando le immagini parlano da sole

 
Le immagini sono infinitamente più eloquenti delle parole e non hanno bisogno di commenti.
Questo padre che piange il figlio vale più di cento, mille, arzigogolati, ipocriti, vani sproloqui sulla guerra.
La guerra è la più vile azione dell'uomo e va condannata senza se e senza ma.
I cosiddetti potenti della terra - prima di ogni incontro internazionale, prima di ogni conferenza sulla pace, prima di ogni dichiarazione congiunta sulla guerra, prima di ogni decisione sull'impiego delle armi, prima di ogni autorizzazione a bombardare popolazioni inermi - dovrebbero essere costretti per statuto a prendere visione di immagini come queste e a  meditare profondamente sul dolore e la disperazione dei sopravvissuti. 
Dolore e disperazione che sarebbero esattamente gli stessi se a morire fossero i loro figli o i loro congiunti.
Onore ai coraggiosi cinereporter come Sebastiano Nino Fezza, che - spesso a costo della vita - riescono a raccontare la barbarie e l'orrore della guerra nelle varie zone di conflitto.

martedì 29 marzo 2016

La Sacra Spina


Andria, 25 marzo 2016 - Documentazione crono-fotografica del prodigio della Sacra Spina

Quel che non fece studio né dottrina
Né fecero anselmiani né tomisti
Pote' di venerdì l'umile spina.


Qualche anno fa avevo postato queste mie considerazioni sulla Fede.
Concludevo che sarei stato ben lieto di cambiare opinione se fossero intervenuti fatti o evidenze inoppugnabili.
Queste evidenze io oggi le leggo nel prodigio della Sacra Spina di Andria, verificatosi nuovamente il 25 marzo u.s..
So perfettamente che tutti (o quasi) mi diranno che la Fede non poggia su fenomeni eclatanti, non si avvale di mega-avvenimenti per affermarsi, non chiede il supporto di miracoli o di altri eventi misteriosi che molto hanno di magico e poco hanno a che fare con il sacro.
La fede insomma non ha bisogno nemmeno di sacre spine. 
Nel mio piccolo dissento. 
I segni sono il linguaggio del quale l'uomo si serve per ricevere e comunicare messaggi. Anche il messaggio religioso è immancabilmente assoggettato ai segni. Se non ci fossero i segni, non ci sarebbe nemmeno il messaggio. E  i segni sono quei veicoli di comunicazione di cui non può fare a meno neanche il credente.
Nel fenomeno della sacra spina di Andria, più che nella magica liquefazione del sangue di S. Gennaro (liquefazione che mi lascia quasi completamente indifferente e con molti dubbi), i segni - chiari  e semplici - sono stati per me di un'evidenza sconcertante. 
Se vogliamo escludere dal novero del prodigio i fatti che non è stato possibile documentare con l'ausilio di macchine fotografiche (anche se ossevati da testimoni attendibili e minuziosamente attestati in documenti notarili dell'epoca), limitiamoci unicamente ai due ultimi venerdì della settimana santa nei quali, nel nostro secolo, ricorreva anche la festività dell'Annunciazione e, cioè, il 25 marzo del 2005 e il 25 marzo 2016 appena trascorso
Come noto, la Sacra Spina rosseggia e cambia il proprio stato esattamente in coincidenza di questa duplice, congiunta ricorrenza, che, nel secolo passato, si è verificata  nel 1910, nel 1921 e nel 1932.
La prossima volta che il venerdì santo coinciderà con la festa dell'Annunciazione sarà nel 2157 (in quella data non so voi, ma io non ci sarò!).
Ebbene, come non rimanere stupefatti di fronte a tale fenomeno?  
Una minuscola, insignificante spina che, ad una certa ora del giorno, inizia a cambiare colore virando al rosso e poi tenta di far spuntare sulla sua arida superficie legnosa alcune microscopiche gemme, quasi a voler esprimere -  a suo modo - una commossa, sofferta partecipazione postuma al dolore di Colui che in croce patì anche per la corona di spine sulla fronte.
Non escludo che altre spine o pezzetti di legno, in altri reconditi luoghi del pianeta, in altre date, senza riflettori puntati, senza lenti d'ingrandimento e senza testimoni oculari, possano anch'essi dar luogo a questo fenomeno di gemmazione spontanea ma è davvero singolare che esso si verifichi nella Cattedrale di Andria, nella cappella dedicata a S. Riccardo, nel corso della particolare giornata del 25 marzo (nel 1910 si verificò qualche ora dopo e, cioè, nella giornata di sabato).
Se per qualcuno la semplice "coincidenza è un piccolo miracolo in cui Dio è voluto rimanere anonimo", la coincidenza nella coincidenza (oltretutto ripetuta nel tempo) è certamente qualcosa di più e questa impressionante reliquia della Passione di Cristo finisce per parlare al cuore di un cristiano più di cento Vite di Gesù, più di mille trattati teologici.
Per questo, con molta umiltà, faccio mie le parole (cfr. Mt 27,54; Mc 15,39) del centurione romano sul Calvario: "davvero Costui era Figlio di Dio!"
A volte bisogna alzare le mani anche davanti ad un'umilissima spina, consapevoli comunque che - come ammoniva Agostino d'Ippona - "è meglio inclinare al dubbio che alla certezza in cose difficili da provare e pericolose da credere."

domenica 29 novembre 2015

Voi invece avete disprezzato il povero! (Giacomo 2,6)

Ho iniziato a leggere "Avarizia" di Emiliano Fittipaldi, ossia le "carte che svelano ricchezza, scandali e segreti della Chiesa di Francesco".
Conoscevo già, per altre letture, le magagne e le infedeltà di tanti ministri di Dio, anche se so che esistono tantissimi preti con le "sottane lise" e senza conti in banca. 
Il primo impatto tuttavia è stato desolante. 
Non certo per colpa del giornalista che ha fatto il suo mestiere e che non merita per questo di essere alla sbarra nel processo che si sta celebrando in Vaticano.
Come è stato possibile che uomini di Chiesa, i quali ben conoscevano il monito evangelico del "non potete servire due padroni; non potete servire Dio e mammona", si siano lasciati sedurre dal dio denaro, si siano lasciati  alle spalle la divina libertà delle Beatitudini; abbiano preferito il ricco al povero; abbiano scelto la compagnia dei potenti di questo mondo ignorando sistematicamente i deboli e i derelitti nel cui volto è riflesso il Volto stesso di Dio? 

Cosa stavano a fare in questi torbidi anni i "dolci Cristi in terra" avvolti in lussuose pianete, cosa difendevano i difensori del "depositum fidei"-  il quale altro non è che inoperante lettera morta se non costituisce lievito nella vita degli uomini -; cosa hanno fatto i "Beatissimi Padri" e le "Santità" felicemente regnanti nelle loro fastose dimore per impedire l'ingresso trionfale di mammona in Vaticano e, più in generale, nella Chiesa; a cosa sono serviti e, soprattutto, quali interessi hanno servito i "Servi dei servi di Dio" che si sono succeduti sul rutilante trono di Pietro?
Su chi ricade, se non su di loro, la responsabiltà di aver abbandonato la rotta delle Beatitudini e di avere avvilito e stravolto, nei fatti, il sublime discorso della montagna?
Adesso comprendo ancora di più l'amareza ma anche il coraggio della rinuncia di Benedetto XVI.

Le forze del male e le lusinghe del denaro sono state e sono tuttora fortissime.
Posso sbagliarmi ma ho la quasi certezza che nemmeno l'esempio e la semplicità di questo Papa potranno cambiare il corso delle cose. 
Tutto ritornerà come prima quando Francesco non ci sarà più. 
E, come prima, tutto sarà fatto - siatene certi - ad maiorem Dei gloriam!

venerdì 30 ottobre 2015

Alcune mie considerazioni private di qualche tempo fa e (forse) attuali ancora oggi.

Indifferenza
Opulenza e povertà
Voi avete disprezzato il povero!
Sono convinto che le immagini dicano più e meglio di mille parole. 
Per questo ho allegato tre foto.
Le prime due descrivono molto bene l'indifferenza nei riguardi dei poveri e la distanza che la società (anche la nostra ricca società cristiana) ha voluto prendere e continua a prendere da questo formidabile problema.
La terza - che contraddice in modo evidente le raccomandazioni di Giacomo (2, 1-6) - descrive molto efficacemente l'atteggiamento della stessa Chiesa che da sempre ha privilegiato i ricchi e i potenti di questo mondo con buona pace dei diseredati e degli ultimi..
Ciò che fin dai primi anni della mia giovinezza mi è stato chiaro e mi ha messo in guardia dal continuare a prestar fede a chi - secondo me - predica bene ma razzola male è stato proprio il comportamento della Chiesa verso i poveri.
L'abbandono della strada stretta ma luminosa delle "Beatitudini", la difesa dei poveri delegata ad altri e non assunta in prima persona, gli ammiccamenti a Mammona, la furbizia di voler servire due padroni: ecco le cose che non riesco ancora oggi a digerire e che sono alla base del mio piccolo, grande risentimento nei riguardi di coloro che avrebbero dovuto essere luce del mondo e lampade da mettere non sotto ma sopra il moggio.
Sono convinto che il PCI di qualche decennio addietro seppe servire e difendere le classi più deboli più di quanto abbia fatto la Chiesa.
Forse per questo un mio compianto, lucido, mite Professore, dopo aver letto un mio compito, disse coram populo che sarei stato benissimo tra gli iscritti alla FGCI.
E sono anche convinto che il PD di oggi non serva proprio più a niente.

domenica 4 ottobre 2015

Monsignor Charasma ovvero cui prodest?

A chi giova tutta questa teatralità? 
Quanto pensa di guadagnarci il baldo Monsignore che, guarda caso, ha gia pronto un libro da dare alle stampe?
Premesso che non giudico nessuno in base al suo orientamento sessuale, premesso che anche io ho qualche amico omosessuale verso il quale nutro affetto e stima, premesso che ritengo infinitamente più grave il tradimento dei poveri da parte degli uomini di Chiesa, trovo incoerente, sconveniente ed irritante il fatto che la confessione del teologo sia stata fatta con grande clamore mediatico sotto i flash di non so quante telecamere, continuando ad indossare l'abito talare e con effusioni pubbliche esagerate e fuori luogo.
Avrei capito se tutto questo il buon Charasma l'avesse fatto senza più l'abito talare, dopo essersi dignitosamente "dimesso" da prete e da tutti gli incarchi ricoperti in Vaticano.
Tanti prima di lui si sono comportati così. 
Forse sarebbe il caso di ricordare all'impomatato Monsignore che i voti di povertà, castità ed obbedienza li aveva emessi lui, sì proprio lui - voglio pensare - in assoluta libertà di coscienza.
Non ce la prendiamo sempre con il Papa.

giovedì 1 ottobre 2015

Le parole e i fatti

Sul programma televisivo "Le iene" è andato in onda la settimana scorsa un interessante servizio sui rifugiati politici.
Sul tema specifico venivano chiamati in causa alcuni volti noti della politica italiana.
Si chiedeva in pratica a ciascuno di essi se erano disposti ad ospitare a casa propria un giovane profugo.
Solo Civati, alla fine, lo ha effettivamente ospitato presso il proprio modesto monolocale di Roma.
La Bonetti niente, il pittoresco Razzi pure, la Santanchè idem con patate.
Ma precedentemente tutti, a parole, si erano dichiarati pronti e disponibili a farlo.
E, sempre su quel programma televisivo, nemmeno le parrochie romane si sono mostrate preparate e sollecite ad ospitare una famiglia di profughi a testa (come il Papa stesso aveva chiesto di fare), accampando - suore e preti - varie scuse: dalla mancanza di idonei servizi igienici ai più impensati cavilli burocratici.
Ma la Carità, se tale è, dovrebbe superare tutto, anche la burocrazia.
Di contro, ieri sera su altro programma televisivo ("La gabbia") venivano ampiamente documentate le lucrose attività alberghiere di suore e di preti nella capitale.
Non vengano a dire che nei loro alberghi a quattro stelle non esistono camere e bagni!
Quindi, se le parrocchie non sono ancora attrezzate, almeno un paio di queste camere d'albergo potrebbe essere reso disponibile per accogliere un profugo e la sua famiglia.
O no?

giovedì 3 settembre 2015

Pietas

Le ultime carezze Ti die' il mare
O Figlio che nascesti in mezzo all'odio
Di un mondo vile che non sa più amare!
#dillointerzine

venerdì 28 agosto 2015

Tre domande

Cosa fa l'ONU per risolvere la questione migranti?
Cosa fa l'Europa per aiutare le persone che scappano dalla guerra e dalla miseria?
Cosa fa ciascuno di noi per dare una mano a questi fratelli meno fortunati?
Credo che per tutti, me compreso, valga una sola e spiazzante risposta: un bel niente.
Solo chiacchiere, chiacchiere e chiacchiere.

venerdì 8 maggio 2015

La costruzione della menzogna e il coraggio di opporsi


Nel suo incantevole "Dalle parti degli infedeli", Leonardo Sciascia - sulla base di documenti inediti contraddistinti da massima segretezza (SUB SECRETO S. UFFICII)  -  ricostruisce la vicenda di monsignor Ficarra, vescovo siciliano originario di Canicattì. Il buon vescovo, accusato dai notabili DC di non aver fatto nulla per evitare la sconfitta del loro partito alle elezioni amministrative del 1946, venne a lungo perseguitato dalla Curia romana che, fabbricando o avallando menzogne, ne pretendeva la rinuncia alla diocesi di Patti.
Il lungo braccio di ferro tra il vescovo di Patti, disposto all'obbedienza ma non rassegnato a subire l'ingiustizia e convalidare la menzogna e il Card. Piazza, Prefetto della Sacra Congregazione Concistoriale, durò per oltre dieci anni.
Il cristiano amore alla verità - scrive Sciascia - e il siciliano amor proprio, l'aspirazione alla giustizia e il gusto - ancora siciliano - del diritto nella sua più puntigliosa specie furono le molle che spinsero il perseguitato a controbattere punto per punto alla graduale costruzione di menzogna a suo danno.
Tra le lettere più significative quella - pacata, apparentemente formale, curiale, levigata ma dura - indirizzata al Cardinale Ruffini che, su incarico di Roma, lo aveva appena ricevuto a Palermo.
Eccone alcuni brani:
- "Dopo il colloquio avuto con V. Eminenza, ringrazio il Signore che mi mantiene in quella pace serena che viene solo da Lui".
" Nella mia pochezza io non vedo quale dovere o compito non abbia osservato in tutti gli anni della mia missione pastorale; ma non occorre ripetere che la mia volontà sarà sempre uniformata a quella del Signore (anche se mi si vuole macinare come il grano) e a quella dei miei venerati Superiori. Tuttavia siccome il Signore stesso e la Santa Madre Chiesa non hanno mai negato a nessuno il diritto alla legittima difesa, mi permetto di esporre..."
Dice poi della situazione della diocesi che non è né migliore né peggiore dei quella delle altre diocesi dell'Italia Meridionale e dell'Isola, che qualche sacerdote non va bene ma come dovunque e "se ad ogni prete che manca, dovesse ridondare la colpa su vescovo, anche il Beato Pio X non sarebbe andato sugli altari".
Poi fa cadere il discorso sulle sue presunte infermità:
"L'accenno alle mie condizioni di salute è un mito di menzogna, come tanti altri. La mia vista è ottima (dico ottima) e molto superiore al bisogno; il mio udito è sufficiente e fino ad oggi mi ha consentito di confessare e di conversare regolarmente con Vostra Eminenza e con centinaia di persone ecclesiastiche e laiche, che vengono a conferire. In caso di bisogno, potrei esibire un certificato medico o sottopormi alla visita di un professore scelto da Vostra Eminenza..."
"Se talora mi son trovato esposto a qualche sorda ostilità o calunnia, io persisto nel pensare che ciò sia dovuto al fatto che non mi sono piegato alla pretese insane e losche di tre o quattro preti megalomani, asseconadati da qualche laico esaltato e da una donnina equivoca..."
È il suo errore di valutazione, commenta a questo punto Sciascia, che continua: quella megalomania, quell'esaltazione, erano la normale - in tutta Italia normale - corsa alla detenzione del potere, dal fascismo naturaliter ereditata, cui lui a Patti era di ostacolo: da ostacolo nella sua indifferenza al potere politico, alla politica; nella sua diffidenza o avversione a contaminarsene, a rendersene partecipe o complice. 
Ruffini, che già per il fatto di averlo chiamto a Palermo vuol dire che lo sapeva in condizioni di muoversi, di viaggiare; che lo ha intrattenuto a colloquio senza constatare quei segni di indebolimento della vista e dell'udito che tanto proccupano la Sacra Congregazione Concistoriale; Ruffini gli suggerisce di chiedere un vescovo ausiliare: il che gli consentirebbe di restare a Patti, fittiziamente confessandosi infermo ma di fatto nell'infermità relegandosi. E monsignor Ficarra: 
"Vostra Eminenza mi ha benignamente suggerito di chiedere l'Ausiliare. Secondo il mio modesto parere, che è sempre subordinato a quello dei Superiori, forse sarebbe meglio che io andassi a fare l'Ausiliare ad un altro..."
Era uomo di estremo candore e di inveterata obbedienza: non è da credere - annota Sciascia - che in questa lettera a Ruffini abbia voluto essere duro, ironico, ribelle. Eppure lo è. Lo è perché in lui è penetrato il sentimento della giustizia, l'idea della giustizia, la follia della giustizia. Dell'umana giustizia. E arriva al punto di aspettarsi che di questo sentimento, di questa idea, di questa follia sia compenetrato anche Ruffini:
"Prego vivamente Vostra Eminenza di voler perorare la mia causa col suo cuore di padre, e con la serena convinzione di fare non solo opera di carità, ma di pura giustizia".
La giustizia, come spesso accade, non la fecero gli uomini ma Dio.
Monsignor Ficarra venne in pratica esautorato nel 1957 e nominato arcivescovo di Leontopoli di Augustamnica in partibus infidelium.
Morì improvvisamente nella sua Canicattì il primo giugno1959 mentre stava per uscire di casa, all'età di settantaquattro anni.
E senza nemmeno un giorno di malattia perché - prima che la morte lo cogliesse - Dio e la natura non avevano preso ancora atto della decisione del Cardinal Piazza e della Sacra Congregazione Concistoriale di costitutuirlo in infermità.

Omaggio a un grandissimo Pontefice

Condivido tutto di questo post che mio non è ma è come se l'avessi scritto io. Ricordate la Chiesa negli ultimi tempi di Benedetto XVI? ...