domenica 4 ottobre 2015

Monsignor Charasma ovvero cui prodest?

A chi giova tutta questa teatralità? 
Quanto pensa di guadagnarci il baldo Monsignore che, guarda caso, ha gia pronto un libro da dare alle stampe?
Premesso che non giudico nessuno in base al suo orientamento sessuale, premesso che anche io ho qualche amico omosessuale verso il quale nutro affetto e stima, premesso che ritengo infinitamente più grave il tradimento dei poveri da parte degli uomini di Chiesa, trovo incoerente, sconveniente ed irritante il fatto che la confessione del teologo sia stata fatta con grande clamore mediatico sotto i flash di non so quante telecamere, continuando ad indossare l'abito talare e con effusioni pubbliche esagerate e fuori luogo.
Avrei capito se tutto questo il buon Charasma l'avesse fatto senza più l'abito talare, dopo essersi dignitosamente "dimesso" da prete e da tutti gli incarchi ricoperti in Vaticano.
Tanti prima di lui si sono comportati così. 
Forse sarebbe il caso di ricordare all'impomatato Monsignore che i voti di povertà, castità ed obbedienza li aveva emessi lui, sì proprio lui - voglio pensare - in assoluta libertà di coscienza.
Non ce la prendiamo sempre con il Papa.

giovedì 1 ottobre 2015

Le parole e i fatti

Sul programma televisivo "Le iene" è andato in onda la settimana scorsa un interessante servizio sui rifugiati politici.
Sul tema specifico venivano chiamati in causa alcuni volti noti della politica italiana.
Si chiedeva in pratica a ciascuno di essi se erano disposti ad ospitare a casa propria un giovane profugo.
Solo Civati, alla fine, lo ha effettivamente ospitato presso il proprio modesto monolocale di Roma.
La Bonetti niente, il pittoresco Razzi pure, la Santanchè idem con patate.
Ma precedentemente tutti, a parole, si erano dichiarati pronti e disponibili a farlo.
E, sempre su quel programma televisivo, nemmeno le parrochie romane si sono mostrate preparate e sollecite ad ospitare una famiglia di profughi a testa (come il Papa stesso aveva chiesto di fare), accampando - suore e preti - varie scuse: dalla mancanza di idonei servizi igienici ai più impensati cavilli burocratici.
Ma la Carità, se tale è, dovrebbe superare tutto, anche la burocrazia.
Di contro, ieri sera su altro programma televisivo ("La gabbia") venivano ampiamente documentate le lucrose attività alberghiere di suore e di preti nella capitale.
Non vengano a dire che nei loro alberghi a quattro stelle non esistono camere e bagni!
Quindi, se le parrocchie non sono ancora attrezzate, almeno un paio di queste camere d'albergo potrebbe essere reso disponibile per accogliere un profugo e la sua famiglia.
O no?

giovedì 3 settembre 2015

Pietas

Le ultime carezze Ti die' il mare
O Figlio che nascesti in mezzo all'odio
Di un mondo vile che non sa più amare!
#dillointerzine

venerdì 28 agosto 2015

Tre domande

Cosa fa l'ONU per risolvere la questione migranti?
Cosa fa l'Europa per aiutare le persone che scappano dalla guerra e dalla miseria?
Cosa fa ciascuno di noi per dare una mano a questi fratelli meno fortunati?
Credo che per tutti, me compreso, valga una sola e spiazzante risposta: un bel niente.
Solo chiacchiere, chiacchiere e chiacchiere.

venerdì 8 maggio 2015

La costruzione della menzogna e il coraggio di opporsi


Nel suo incantevole "Dalle parti degli infedeli", Leonardo Sciascia - sulla base di documenti inediti contraddistinti da massima segretezza (SUB SECRETO S. UFFICII)  -  ricostruisce la vicenda di monsignor Ficarra, vescovo siciliano originario di Canicattì. Il buon vescovo, accusato dai notabili DC di non aver fatto nulla per evitare la sconfitta del loro partito alle elezioni amministrative del 1946, venne a lungo perseguitato dalla Curia romana che, fabbricando o avallando menzogne, ne pretendeva la rinuncia alla diocesi di Patti.
Il lungo braccio di ferro tra il vescovo di Patti, disposto all'obbedienza ma non rassegnato a subire l'ingiustizia e convalidare la menzogna e il Card. Piazza, Prefetto della Sacra Congregazione Concistoriale, durò per oltre dieci anni.
Il cristiano amore alla verità - scrive Sciascia - e il siciliano amor proprio, l'aspirazione alla giustizia e il gusto - ancora siciliano - del diritto nella sua più puntigliosa specie furono le molle che spinsero il perseguitato a controbattere punto per punto alla graduale costruzione di menzogna a suo danno.
Tra le lettere più significative quella - pacata, apparentemente formale, curiale, levigata ma dura - indirizzata al Cardinale Ruffini che, su incarico di Roma, lo aveva appena ricevuto a Palermo.
Eccone alcuni brani:
- "Dopo il colloquio avuto con V. Eminenza, ringrazio il Signore che mi mantiene in quella pace serena che viene solo da Lui".
" Nella mia pochezza io non vedo quale dovere o compito non abbia osservato in tutti gli anni della mia missione pastorale; ma non occorre ripetere che la mia volontà sarà sempre uniformata a quella del Signore (anche se mi si vuole macinare come il grano) e a quella dei miei venerati Superiori. Tuttavia siccome il Signore stesso e la Santa Madre Chiesa non hanno mai negato a nessuno il diritto alla legittima difesa, mi permetto di esporre..."
Dice poi della situazione della diocesi che non è né migliore né peggiore dei quella delle altre diocesi dell'Italia Meridionale e dell'Isola, che qualche sacerdote non va bene ma come dovunque e "se ad ogni prete che manca, dovesse ridondare la colpa su vescovo, anche il Beato Pio X non sarebbe andato sugli altari".
Poi fa cadere il discorso sulle sue presunte infermità:
"L'accenno alle mie condizioni di salute è un mito di menzogna, come tanti altri. La mia vista è ottima (dico ottima) e molto superiore al bisogno; il mio udito è sufficiente e fino ad oggi mi ha consentito di confessare e di conversare regolarmente con Vostra Eminenza e con centinaia di persone ecclesiastiche e laiche, che vengono a conferire. In caso di bisogno, potrei esibire un certificato medico o sottopormi alla visita di un professore scelto da Vostra Eminenza..."
"Se talora mi son trovato esposto a qualche sorda ostilità o calunnia, io persisto nel pensare che ciò sia dovuto al fatto che non mi sono piegato alla pretese insane e losche di tre o quattro preti megalomani, asseconadati da qualche laico esaltato e da una donnina equivoca..."
È il suo errore di valutazione, commenta a questo punto Sciascia, che continua: quella megalomania, quell'esaltazione, erano la normale - in tutta Italia normale - corsa alla detenzione del potere, dal fascismo naturaliter ereditata, cui lui a Patti era di ostacolo: da ostacolo nella sua indifferenza al potere politico, alla politica; nella sua diffidenza o avversione a contaminarsene, a rendersene partecipe o complice. 
Ruffini, che già per il fatto di averlo chiamto a Palermo vuol dire che lo sapeva in condizioni di muoversi, di viaggiare; che lo ha intrattenuto a colloquio senza constatare quei segni di indebolimento della vista e dell'udito che tanto proccupano la Sacra Congregazione Concistoriale; Ruffini gli suggerisce di chiedere un vescovo ausiliare: il che gli consentirebbe di restare a Patti, fittiziamente confessandosi infermo ma di fatto nell'infermità relegandosi. E monsignor Ficarra: 
"Vostra Eminenza mi ha benignamente suggerito di chiedere l'Ausiliare. Secondo il mio modesto parere, che è sempre subordinato a quello dei Superiori, forse sarebbe meglio che io andassi a fare l'Ausiliare ad un altro..."
Era uomo di estremo candore e di inveterata obbedienza: non è da credere - annota Sciascia - che in questa lettera a Ruffini abbia voluto essere duro, ironico, ribelle. Eppure lo è. Lo è perché in lui è penetrato il sentimento della giustizia, l'idea della giustizia, la follia della giustizia. Dell'umana giustizia. E arriva al punto di aspettarsi che di questo sentimento, di questa idea, di questa follia sia compenetrato anche Ruffini:
"Prego vivamente Vostra Eminenza di voler perorare la mia causa col suo cuore di padre, e con la serena convinzione di fare non solo opera di carità, ma di pura giustizia".
La giustizia, come spesso accade, non la fecero gli uomini ma Dio.
Monsignor Ficarra venne in pratica esautorato nel 1957 e nominato arcivescovo di Leontopoli di Augustamnica in partibus infidelium.
Morì improvvisamente nella sua Canicattì il primo giugno1959 mentre stava per uscire di casa, all'età di settantaquattro anni.
E senza nemmeno un giorno di malattia perché - prima che la morte lo cogliesse - Dio e la natura non avevano preso ancora atto della decisione del Cardinal Piazza e della Sacra Congregazione Concistoriale di costitutuirlo in infermità.

sabato 25 aprile 2015

Io mi sento un pratese

"E dove son finite le bandiere e le uniformi del Corpo di Liberazione? e quelle della Repubblica di Salò? e le uniformi e i fazzoletti rossi dei partigiani? e quelle dei potenti eserciti inglesi e americani che han liberato l'Italia e l'Europa? Nella Galleria degli Uffizi? A Prato son finite, vendute come stracci.
E le gramaglie delle madri, delle vedove, degli orfani di tutta la terra? A Prato, in mucchi di cenci polverosi.
A Prato, dove tutto viene a finire: la gloria, l'onore, la pietà, la superbia, la vanità del mondo.
E poi c'è ancora chi si meraviglia che i pratesi non credano in nulla di tutto ciò in cui credono gli altri? E c'è chi vorrebbe far colpa ai pratesi di credere più negli stracci che nella gloria? più negli stracci che nelle belle parole, nella libertà, nella giustizia, nelle prepotenze, e nel muso di bischero di chi comanda? c'è chi si meraviglia che i pratesi, quando vedono una bandiera, subito ti sappiano dire di che stoffa è, se di lana, di cotone, di seta, di lino, e te ne sappian dire il prezzo non per quel che vale in onore, in sangue, in sacrificio, ma in stracci?"
Curzio Malaparte - Maledetti Toscani

Non occorre essere di Prato per pensarla come Malaparte.

venerdì 17 aprile 2015

Pongo la stessa domanda di Giuda

Giovanni 12,1-8

1 Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. 2 E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. 3 Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell'unguento. 4 Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: 5 «Perché quest'olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?». 6 Questo egli disse non perché gl'importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. 7 Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. 8 I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me».
Non ho, come aveva Giuda,  le chiavi di nessuna cassa e per questo credo di poter porre senza timore la stessa domanda, oggi, non a riguardo dei profumi e degli unguenti ma a proposito dell'EXPO di prossimo svolgimento a Milano.
Dai telegiornali nazionali ho appreso infatti che, nella zona dell'esposizione, anche la Santa Sede ha predisposto un suo padiglione costato - pare - 3 milioni di euro (coincidenza: il numero 3 ricorre anche qui come nel brano evangelico di Giovanni).
La notizia - che ritengo attendibile - mi ha profondamente deluso soprattutto perché non mi aspettavo uno sperpero di denaro così vistoso dopo i ripetuti richiami di questo Papa che vorrebbe una Chiesa povera e sobria.
Tre milioni di euro non sono noccioline. Sono al contrario una bella cifra che potrebbe dare un qualche sollievo ai tanti connazionali che bussano ogni giorno alle porte delle varie Caritas, spinti dai bisogni più disparati. Dal pranzo alla cena, dalle docce agli indumenti, dalle bollette agli affitti.
Una Chiesa che dovrebbe riservare tutte le sue attenzioni ai poveri non può permettersi il lusso di approntare padiglioni espositivi alla stregua di una qualsiasi McDonald's.

Omaggio a un grandissimo Pontefice

Condivido tutto di questo post che mio non è ma è come se l'avessi scritto io. Ricordate la Chiesa negli ultimi tempi di Benedetto XVI? ...