sabato 27 dicembre 2014

Elogio della fedeltà

Se la fedeltà avesse un nome di persona si chiamerebbe Tomaso.
Tomaso è un connazionale che vive da anni in Svizzera.
Ama scrivere della sua vita su un blog che cura con diligenza da 6 anni.
Nonostante l'età non più giovanile, continua a possedere lo spirito e l'entusiasmo di un ragazzo.
Gira il mondo e non perde un raduno alpino.
Coltiva con scrupolosa attenzione le amicizie virtuali come se fossero amicizie vere e proprie.
È sempre pronto a far visita ai blog amici e, con pazienza certosina, risponde singolarmente - ad uno ad uno - ai commenti numerosissimi che solitamente accompagnano i suoi post.
È diventato una presenza costante e familiare nei commenti sul mio blog.
Lo ringrazio pubblicamente per la continuità e per la freschezza della sua amicizia.
Grazie mille, caro Tomaso! Ad maiora!

giovedì 25 dicembre 2014

Auguri miserabili e straccioni...

E' nato un bimbo. E' figlio di due straccioni miserabili, di due pezzenti, due mendichi. Guardalo! Ha un viso sgradevole: è un negro, il suo è un afrore selvatico, come di bestia. Sarà per certo, nella sua vita, un poco di buono: un ladruncolo forse, un drogato, uno scippatore, un protettore di puttane, un clandestino, uno stupratore, non saprà né vorrà integrarsi nella società nostra. Violerà le leggi, non avrà una casa, vivrà da zingaro, da lurido barbone, da irregolare violento. Sarà una minaccia per noi e per i nostri figli, per i nostri valori. Abbiamo torto se, sin d'adesso, con "cristiana" determinazione severa, noi, difensori della civiltà occidentale, ci si mette al lavoro, sì da preparare una croce infame, sulla quale quel "bastardo" possa infine crepare?

Da un post "natalizio" di Vito Coniglio

Così continua a ragionare oggi il cristiano per bene, completamente a suo agio tra bambinelli paffuti e buonismo di facciata, luminarie di Natale ed auguri ipocriti.
"Così va il mondo... anzi, così andava nel XVII secolo, come direbbe don Lisander.
Personalmente preferisco questi auguri scomodi e, solo in apparenza, sarcastici ma che pungolano la coscienza di ognuno, coscienza diventata insensibile di fronte alle spaventose diseguaglianze tra gli uomini e quasi indifferente di fronte alla discriminazione dello straniero, del povero, dell'altro, del diverso.

giovedì 11 dicembre 2014

Mon General

Botero - Generale
Ho sempre apprezzato i francesi e i militari francesi in particolare per alcune simpatiche sfumature del loro linguaggio.
Nei rapporti con i loro ufficiali anche di grado elevato essi adoperano un lessico al limite del familiare.
Rivolgendosi, per esempio, ad un Generale, il soldato francese dice molto semplicemente e quasi affettuosamte "mon General".
Da noi invece fino a ieri era in uso un rigido e formale "signor Generale", sostituito oggi da un secco "Generale" tout court, in ossequio alle norme di un regolamento di disciplina più democratico ed al passo coi tempi.
Evidenti e significative le differenze.
Senso di partecipazione, affetto, quasi familiarità nel linguaggio dei nostri cugini d'oltralpe.
Distacco, distanza, scarso senso di appartenenza, quasi freddezza nel nostro.
E così, poiché il destino di un popolo è scritto anche nelle pieghe del suo lessico, si comprendono ad abundantiam i fatti drammatici narrati dal romanzo "Un anno sull'altopiano" e dal film "Uomini contro".
 

Chapeau quindi ai francesi e al loro efficace modo di esprimersi!
 

P.S.: Tra le cose strane incrociate durante il servizio mi capitò un giorno di assistere alla scena di un Generale con la puzza sotto il naso (di cui per fortuna non ricordo il nome) che rimproverava un malcapitato collega Capitano, il quale aveva "osato" dire familiarmente di un proprio militare: quel "mio" soldato... 
"Il soldato non è di sua proprietà. Tutt'al più della sua compagnia". Tuonò il supergallonato.
E pensare che, se quel signore si fosse trovato in Francia, si sarebbe sentito chiamare: mio Generale!