domenica 27 maggio 2012

Gli adulatori e i menzognieri sono da assolvere!

A fianco dell’amor proprio trovasi sempre la sua buona sorella l’adulazione. Imperocché, ditemi un poco, in che cosa consiste l’amor proprio? Non consiste egli forse nell’accarezzare, nel compiacere, nell’adular sé stesso? Al giorno d’oggi ha la disgrazia questa povera adulazione di essere molto screditata: ma da chi? Da tutte quelle persone che s’offendono più dei nomi, che delle cose. Si crede che l’adulazione non possa combinarsi con la buona fede; oh che falsa idea! Le bestie stesse non ci fanno vedere l’opposto? Invano si cercherebbe un animale più cortigiano ed adulatore del cane, e ciò non ostante chi può vantarsi d’essere più fedele di lui? Lo scoiattolo addimesticato cerca sempre di giuocare ed è perciò forse men amico dell’uomo? Non ignoro che v’ha una pessima adulazione, per mezzo della quale i furbi e i beffardi
sogliono rovinare, o prendersi giuoco dei miseri stolti e vanagloriosi, ma questa non è la mia adulazione prediletta; e voglia il cielo ch’io mai non la conosca! La mia nasce dalla dolcezza, dalla bontà, dalla rettitudine del cuore; e tanto s’avvicina alla virtù, quanto n’è lontano un carattere ruvido, insocievole e molesto, e come dice Orazio che disgusta ed allontana. La mia adulazione rianima gli spiriti avviliti, rallegra i malinconici, stimola i poltroni, risveglia gli stupidi, solleva gl’infermi, calma i furibondi, forma e mantiene gli amori. La mia adulazione alletta i figliuoli alla fatica ed allo studio, consola i vecchi; e sotto il manto della lode rimprovera ed istruisce i monarchi senza oltraggiarli: la mia adulazione finalmente fa che gli uomini, a guisa d’altrettanti Narcisi, siano innamorati di sè stessi, dal che nasce la principale felicità della vita.
Chi mai vide un ufficio più tenero e più obbligante di quello che si prestano due buoni ed onesti somari strofinandosi vicendevolmente? Egli è a questo minuto uffizio, a cui in gran parte è diretta l’eloquenza, molto la medicina, e più di tutto la poesia: dico inoltre che quest’adulazione è il mele, è il condimento di tutta l’umana società. I savj dicono, che un gran male è l’essere ingannato, ed io invece sostengo, che il non esserlo è il maggiore di tutti i mali. È una grande stravaganza il voler far consistere la felicità dell’uomo nella realtà delle cose, mentre essa propriamente dipende solo dall’opinione. Tutto è nella vita così oscuro così diverso, così opposto che non possiamo assicurarci di alcuna verità. Tale era appunto il principio dei miei accademici, i quali si mostravano in questo meno orgogliosi di tutti gli altri filosofi. Che se vi sono delle verità, le quali per essere ben dimostrate non lasciano luogo a dubbio, dimando io, quanto non disturbino la tranquillità e i piaceri della vita? Gli uomini finalmente vogliono essere ingannati, e sono sempre pronti a lasciare il vero per correr dietro al falso. Ne bramate una prova sensibile e incontrastabile? Andate alle prediche, e vedrete, che quando lo schiamazzatore (oh che ingiuria! perdonatemi mi sono ingannata) voleva dire, quando il predicatore tratta la materia seriamente, e colla ragione alla mano, allora si dorme, si sbadiglia, si tossisce, si soffia il naso, si abbandona il corpo, e si annoia da tutte le parti: ma se l’oratore intesse, come spesso accade, qualche vecchia favoletta, o qualche prodigio di leggenda, allora tosto si scuote l’udienza, si destano i sonnacchiosi, tutti gli uditori alzano la testa, spalancano gli occhi, tendono le orecchie. Non avete mai fatto osservazione, che quando si celebra in chiesa la festa di qualcuno di que’ santi poetici, e romanzeschi, per esempio d’un S. Giorgio, d’un S. Cristoforo, d’una santa Barbara, suole spiegarsi una pompa, ed una divozione assai maggiore di quella, colla quale si festeggiano e S. Pietro, e S. Paolo, ed anche lo stesso Redentore? Ma non è questo il luogo di tal questione.
Ritorniamo al nostro assunto. Quanto costa mai poco l’acquisto della felicità d’opinione! Quelli che cercano di riporre la felicità nel godimento delle cose, osservino, di grazia, quali e quante pene sogliono cagionare gli oggetti anche meno importanti. Possiamo giudicarlo dalle sole difficoltà, che s’incontrano nello studio della grammatica. L’opinione all’incontro si concepisce senza sforzo, s’insinua da sè medesima nel cuore, e contribuisce egualmente, e forse più dell’evidenza e della realtà delle cose, alla felicità della vita. Se un affamato mangia dei salumi imputriditi, al cui fetore un altro sarebbe obbligato a turarsi il naso, e li mangia con tanto gusto, come se fossero il cibo più squisito, dimando io, s’egli è per questo meno felice? All’incontro se uno svogliato mangiasse delle vivande eccellenti, ma senza provarne alcun gusto, anzi con nausea, in tal caso ove sarebbe la sua felicità? Per un uomo che abbia una bruttissima moglie, ma che a lui paia perfettamente bella,
non è lo stesso come se avesse sposato una Venere? Quello stolto che avendo un cattivo e miserabilissimo quadro, crede di possedere una pittura di Zeusi o d’Apelle, e mai non si stanca di contemplarlo e di ammirarlo, non è egli incomparabilmente più felice di colui, che avendo pagato a caro prezzo un quadro di questi eccellenti pittori, non provasse un egual piacere a contemplare le opere loro?
Conosco un uomo, che ha l’onore di portare il mio nome, il quale poco dopo le nozze regalò a sua moglie dei falsi brillanti, ed essendo costui un faceto corbellatore, fece credere alla sposa che quelle pietre fossero buone, e che gli costassero una gran somma. Ora, cosa mancava al piacer della sposa? Ella godeva di ornarsi con questi pezzi di vetro; non si stancava mai di rimirarli, ed era contentissima di possedere questo immaginario tesoro, come se fosse stato reale. Intanto il marito avea risparmiato una spesa non indifferente, e godeva dell’errore di sua moglie, la quale gli professava la stessa obbligazione, come se le avesse fatto un magnifico regalo.
Meritano d’esser posti in questa classe gli abitatori della caverna di Platone. Vedono gli stolti le ombre, e i simulacri delle diverse cose; gli ammirano; ma non cercano di più, e ne sono contentissimi: osservano anche i filosofi gli stessi oggetti; ma essendo fuori della caverna, ne approfondiscono i misterj. Gli uni e gli altri non ne provano forse lo stesso piacere? Se il ciabattino Micillo, di cui parla Luciano, avesse potuto passare il resto de’ suoi giorni in quel bellissimo sogno che faceva mentre lo hanno svegliato, qual migliore felicità avrebb’egli potuto augurarsi? Non passa dunque alcuna differenza tra i savi ed i pazzi, se pure non sono più felici i secondi. Sì, questi lo sono senz’altro per due titoli, uno, perchè la felicità de’ pazzi non costa niente, basta a formarla un poco di persuasioncella; l’altro, perchè i miei pazzi sono felici insieme con molti altri: imperocché egli è impossibile di gustare un bene, quando si goda solo. I savi poi sono in numero così scarso, che non meritano nemmeno la pena di parlarne, e bramerei anche di sapere s’egli è possibile di rinvenirne qualcuno? Nel corso di tanti secoli la Grecia si vanta d’aver prodotti solo sette sapienti: gran prodigio invero! Il genere umano, se si vuole, è molto debitore a questa felicità della Grecia! Ve ne sono stati dunque sette? Pregate però il cielo che non vi venga il prurito di notomizzarli con accuratezza; altrimenti (vi giuro per Ercole, e ci scommetto la testa) non trovate certamente una metà di filosofo, e forse neppure un terzo.

Da "Elogio della follia" di Erasmo da Rotterdam

La gioia di ritrovare il proprio blog!

Dopo vari tentativi sono finalmente riuscito ad entrare ed a scrivere ancora sul mio caro, vecchio blog che ieri sera temevo di aver perso. È più o meno come aver ritrovato sano e salvo un bambino smarrito tra la folla.

Adesso non cè più bisogno dell'altro blog che avevo appena aperto!

lunedì 21 maggio 2012

I vescovi, i cardinali, i papi e la follia...

"La vita de’ principi e de’ grandi mi ha guidato naturalmente a parlare anche di quella dei papi, de’ cardinali e de’ vescovi. Egli è già da lungo tempo che questa sacra genia imita con una mirabile emulazione i re ed i satrapi loro; anzi non avrei alcuno riguardo a dire che gli abbia ancora superati. Ora bramerei che per divertimento un vescovo si mettesse un poco a considerare il suo corteggio e i suoi pontificali ornamenti. Se un vescovo riflettesse che la candidezza del suo rocchetto significa una vita affatto immacolata, che la mitra bicornuta, le cui estremità sono allacciate da un nodo, dinota una profonda cognizione del vecchio e del nuovo Testamento; che le mani coperte dai guanti esprimono un cuore purgato da ogni mondano contagio dall’amministrazione de’ sacramenti; che la croce delle scarpe lo avverte di vigilare continuamente il gregge a lui affidato; che la prelatizia croce pendentegli sul petto è il segno d’una compiuta vittoria su tutte le umane passioni: se il nostro prelato, io dico, riflettesse a tutte queste belle cose, ed a molte altre ch’io sopprimo, non è egli vero che diverrebbe magro, pensieroso, macilente, ipocondriaco? Farebbe veramente pietà! Ma no, non dubitate; io ho rimediato a tutto. Ho consigliato a questi sedicenti successori degli Apostoli di battere una strada diametralmente opposta alla loro, ed alcuno meglio di loro non ha giammai saputo approfittare de’ miei consigli. Infatti lo scopo principale dei nostri illustrissimi e reverendissimi, è quello di vivere allegramente; al gregge vi pensi Gesù Cristo. Inoltre non hanno forse i loro arcidiaconi, i loro vicarj generali, i loro penitenzieri, i lordi frati e mille altri fedeli mastini, che stanno sempre in guardia contro il lupo dell’inferno? I vescovi hanno perfino dimenticato che il loro nome preso alla lettera significa lavoro, cura, sollecitudine per la salute delle anime; ma non si dimenticano per bacco quando si tratta di prerogative e di danaro!
Vantansi i venerabili cardinali di discendere per linea diretta dagli Apostoli ma vorrei che filosofassero un poco sul loro abito, e facessero quest’apostrofe a se stessi: « Se discendo dagli Apostoli, perchè non fo io dunque quanto eglino hanno fatto? Io non sono il padrone, ma semplice dispensatore delle grazie spirituali; e ben presto dovrò render conto della mia amministrazione. Che cosa significa questa nivea candidezza dei mio rocchetto, se non una somma purità di costumi? Che vuol dire questa sottana di porpora se non un ardente amore verso Dio? Che dinota questa cappa dello stesso colore (cappa sì ampia e spaziosa, che non solo basta a coprire tutta la muta dell’eminentissimo, ma che potrebbe coprire insieme col cardinale anche un camelo), se non una carità illimitata, e sempre pronta a soccorrere il prossimo, vale a dire a istruire, a correggere, ad esortare, a calmare il furor delle guerre, a resistere ai principi malvagi, a dare volentieri tanto il suo sangue, quanto le sue ricchezze pel bene della Chiesa? A che servono tanti tesori? Coloro che pretendono di rappresentare l’antico collegio degli Apostoli non dovrebbero prima di tutto imitare, la loro povertà? » Io dico, che se i cardinali facessero a sè stessi una simile apostrofe, e riflettessero seriamente a questi punti, o restituirebbero ben presto il loro cappello, o menerebbero una vita laboriosa, austera, piena di disgusti e di sollecitudini, come appunto facevano i primitivi Apostoli della Chiesa.
Prosterniamoci ora ai piedi del sommo pontefice, e baciamo religiosamente la santa pantofola. I papi diconsi vicarj di Gesù Cristo; ma se attendessero a conformarsi
 
alla vita di Dio loro maestro, se praticassero la sua povertà e la sua dottrina, se soffrissero pazientemente i suoi patimenti, la sua croce e mostrassero il suo disprezzo del mondo; se riflettessero seriamente al bel nome di papa, cioè di padre ed all’epiteto di santissimo, con cui vengono onorati; chi sarebbe mai più infelice di loro? Chi vorrebbe mai comperare con tutto il suo avere questa carica eminente, o chi mai, essendovi stato innalzato, vorrebbe per sostenervisi impiegare la spada, i veleni, ed ogni sorta di violenze? Ahi quanti beni perderebbero se la saviezza s’impadronisse per un istante dell’animo loro? Che dico la saviezza? Se avessero un granellino soltanto di quel sale, di cui parla il Salvatore. Perderebbero allora quelle immense ricchezze, quegli onori divini, quel vasto dominio, quel pingue patrimonio, quelle vittorie fastose; tutte quelle cariche, quelle dignità e quegli uffizj che compartono; tutte quelle tasse che percepiscono tanto ne’ propri, come negli stati altrui, il frutto di tutte quelle dispense e di quelle indulgenze, che si van trafficando con tanto vantaggio, quella corte numerosa di cavalli, di muli, di servi: quelle delizie, e que’ piaceri che godono continuamente. Osservate, osservate quante cose verrebbero a perdere; eppure questo non è che un’ombra della pontificia felicità. A tutti questi beni succederebbero tosto le veglie, i digiuni, le lagrime, le preghiere, i sermoni, le meditazioni, i sospiri e mille altri travagli di simil natura. Aggiungiamo inoltre che tanti scrittori, tanti copisti, tanti notai, tanti avvocati, tanti promotori, tanti segretaij, tanti banchieri, tanti scudieri, tanti palafrenieri, tanti ruffiani (silenzio su questo punto, bisogna rispettare le caste orecchie) tutta finalmente quella prodigiosa turba di persone d’ogni classe, che rovinano (voleva dire che onorano) la sede di Roma; sì, diciamo pure, che tutta questa turba potrebbe allora far conto di morir di fame. Sarebbe un delitto il più barbaro, il più abbominevole, il più detestabile di tutti il voler ridurre alla bisaccia ed al bastone i supremi monarchi della Chiesa, i veri luminari del mondo. Toccava, dicono essi, a Pietro ed a Paolo a viver d’elemosina, ed a questi abbandonano pure tutto il peso del pontificato, giacchè hanno tutta la comodità di sostenerlo, riserbandosi per essi soltanto ciò che v’ha di splendido e di piacevole. Ma dimando io se in questo non la pensino assai bene?
È dunque avvenuto per opera mia, che niuno più che i papi viva nell’ozio e nella mollezza; e purché le loro episcopali funzioni consistano in ornamenti misteriosi e quasi teatrali, in cerimonie, in titoli fastosi di beatissimo, di reverendissimo, di santissimo, in benedizioni e maledizioni, credono d’avere abbondantemente soddisfatto a Gesù Cristo, e non saprebbero sospettare che cosa loro potesse rinfacciare un giorno. Al presente non fa più bisogno di far miracoli; istruire il popolo, costa molta fatica; spiegare la Scrittura, sente dello scolastico; pregare, bisognerebbe aver tempo; piangere, convien solo alle donnicciole; esser povero, oh la brutta cosa! lasciarsi vincere, è troppo vergognoso ed indegno d’un uomo, che appena ammette al bacio del beatissimo piede i re più potenti; morire finalmente, ah questa è la cosa più amara di tutte! esser crocifisso, ohibò, questa è un’orribile infamia! Or dunque tutte le armi de’ papi consistono in quelle dolci benedizioni; di cui parla S. Paolo e delle quali non ne sono avari; consistono esse in interdetti, in sospensioni, gravami, in anatemi, in vendicatrici pitture, e in quel fulmine terribilissimo, col quale un beatissimo padre può cacciare a suo grado qualunque anima anche al di là dell’ inferno. I nostri SS. Padri in Cristo, e i loro vicarj generali non sogliono mai adoperare con maggiore zelo questo spaventevole castigo, che contro coloro i quali, ad instigazione del demonio, tentano di diminuire, o denticchiare i patrimonj di S. Pietro. Diceva questo buon apostolo al suo Maestro: noi abbiamo lasciato tutto per seguirti. Capperi, che gran sagrificio ha fatto questo povero pescatore! Ella è ben’altra cosa la fortuna che ha fatto in conseguenza di questa rinuncia; imperocché sua santità glorificata possede e terre, e città, e dominj, percepisce imposte e dazj; anzi egli è soprattutto per difendere, e conservare questo ricco acquisto, che i romani pontefici sogliono condannare le anime. Egli è vero però che non risparmiano nemmeno i corpi, poiché infiammati dallo zelo di Gesù Cristo innalzano lo stendardo di Marte, ed impiegano senza pietà il ferro e il fuoco per sostenere le loro
ragioni.
Voi ben vedete che non può farsi una simile guerra senza spargimento di sangue cristiano; ma che importa? rispondono i papi: noi difendiamo apostolicamente la causa della Chiesa, e non deporremo le armi, se non quando avrem vendicata la sposa di Gesù Cristo contro i suoi nemici. Ma vorrei un poco sapere se vi siano per la Chiesa nemici più perniciosi di quegli empj pontefici, i quali piuttosto che predicare Gesù Cristo lasciano andare in dimenticanza il suo nome, i quali la mettono all’incanto con leggi da moneta, i quali alterano la sua dottrina con obbligatorie interpretazioni, i quali finalmente lo distruggono con esempj pestilenziali.
Inoltre siccome la Chiesa Cristiana è stata fondata col sangue, è stata confermata col sangue, è stata dilatata col sangue, così i papi la governano col sangue, come se più non esistesse Gesù Cristo per proteggerla e sostenerla. La guerra è per sua natura così crudele, che assai meglio converrebbesi alle fiere, che agli uomini; è così forsennata che i poeti l’hanno attribuita alle furie d’Averno; è così pestilenziale, che tutti corrompe i costumi; è talmente iniqua, che suol farsi meglio dai più cattivi ladroni, che dagli uomini probi e virtuosi; è finalmente così empia, che non ha nessuna relazione con Gesù Cristo, nè colla sua morale: ciò non ostante alcuni pontefici abbandonano tutte le loro funzioni pastorali per consecrarsi interamente a questo flagello dell’umanità. Tra questi papi guerrieri vedonsi fin anche de’ vecchi, che agiscono con tutto il vigore della gioventù, che nulla considerano il danaro, che sopportano coraggiosamente le fatiche, e che non hanno il minimo scrupolo a metter sossopra le leggi, la religione e l’umanità. Nè mancano eruditi adulatori, che a questo manifestissimo delirio diano il nome di zelo, di pietà, di valore; e trovino delle ragioni da provare che sfoderare la spada, ed immergerla nel cuore del suo fratello, non è assolutamente un infrangere il gran comandamento della carità del prossimo. Per verità sono ancora dubbiosa se i papi, in materia di guerra, abbiano seguito l’esempio di alcuni vescovi della Germania, oppure se questi vescovi siansi creduti autorizzati dalla condotta de’ papi a intraprender la guerra."
Elogio della follia - Erasmo da Rotterdam

venerdì 18 maggio 2012

Non cambia mai niente!

È già gran tempo ch’io differisco di dir qualche cosa intorno ai principi ed ai grandi, i quali sono del tutto opposti a que’ furbi ed impostori, di cui or ora ho parlato; essi mi coltivano senza verun riguardo, e con quella franchezza ch’è propria del loro grado. Se questi felici semi-dei avessero in zucca soltanto una mezz’oncia di cervello, che cosa mai vi sarebbe al mondo di più triste e miserabile della loro condizione? Chiunque si prendesse la pena di riflettere attentamente ai doveri d’un buon monarca, non che volesse usurpare una corona collo spergiuro, col parricidio, col liberticidio, in una parola coi più esecrandi delitti, tremerebbe invece all’aspetto d’un carico così enorme. Imperocché osserviamo in che cosa consistono gli obblighi d’un uomo che vien posto alla testa di una nazione. Egli deve travagliare giorno e notte pel pubblico, e mai pel privato interesse; non pensare che ai pubblici vantaggi; osservare pel primo le leggi, di cui è autore e depositario, nè mai deviare in nulla da quelle; osservare da sè stesso, o con occhi ben sicuri, l’integrità degli ufficiali e dei magistrati; aver sempre presente che gli sguardi di tutti stanno fissi sulla sua pubblica e privata condotta, e che a guisa d’un astro salutare può utilmente influire sulle cose umane, o qual infausta cometa può cagionare le maggiori desolazioni. Non deve dimenticarsi giammai che i vizj, ed i delitti de’ sudditi sono infinitamente men contagiosi di quelli del padrone; ripetere ogni giorno a sè medesimo che il principe si trova in sì alto grado ove, dando cattivi esempj, la sua condotta è una peste che si comunica tosto, e fa una grandissima strage; riflettere che la fortuna d’un monarca lo espone continuamente al pericolo di abbandonare il retto sentiero, che deve resistere ai piaceri, alla lusinga dell’impunità, all’adulazione, al lusso, e che non saprebbe nè mettersi abbastanza in guardia, ne abbastanza reprimere tutto ciò che il può sedurre. Deve finalmente richiamarsi spesso alla memoria, che oltre alle insidie, agli odj, ai timori, ai mali tutti, a cui il principe trovasi esposto ad ogni momento rispetto ai suoi sudditi, ei deve tosto o tardi comparire innanzi al tribunale del re dei re, ove gli verrà chiesta stretta ragione di tutte le sue più piccole operazioni, ed ove sarà giudicato con un rigore proporzionato all’estensione del suo dominio. Io pertanto lo ripeto ancora, che se un principe riflettesse a tutte queste cose, alle quali dovrebbe pur troppo far riflessione se fosse un tantino savio, non potrebbe certamente nè mangiare, nè dormire tranquillamente un sol giorno di sua vita. Ma non temete; io ho posto rimedio anche a questo, e col favore della mia inspirazione i principi riposano tranquilli sul destino e sui loro ministri; vivono nella mollezza, e non trattano se non con quelle persone che possono contribuire a divertirli, ed a preservarli da ogni inquietudine ed afflizione. Credono costoro di soddisfare anche troppo ai doveri di un buon re divertendosi quotidianamente alla caccia, mantenendo bellissimi cavalli, vendendo a proprio vantaggio le cariche e gli impieghi, mettendo in opera degli espedienti pecuniari per divorare le sostanze de’ popoli, e per impinguarsi col sangue de’ loro schiavi. Non può negarsi che usino dei riguardi sul punto delle imposizioni: si allegano sempre dei titoli di bisogno, dei pretesti d’urgenza, e benché in fondo tali esazioni non siano talvolta che un mero ladroneccio, pure si studiano di coprirlo col velo del pubblico interesse, della giustizia e dell’equità; danno ai popoli delle buone parole, chiamandoli i suoi Buoni, i suoi Fedeli, i suoi Affezionatissimi sudditi; e mentre si spogliano con una mano, s’accarezzano coll’altra, per prevenire i loro lamenti, ed accostumarli a poco a poco a sopportare il giogo della tirannia. Ora poi, voglio farvi una supposizione: figuratevi sul trono (cosa che pur troppo spesso suol accadere) figuratevi, dico, sul trono un uomo ignaro delle leggi, quasi nemico del pubblico bene, che non tende se non al suo proprio interesse, schiavo dei suoi piaceri, sprezzatore delle scienze, che sdegna la verità, che non può ascoltare un linguaggio sincero, il cui ultimo pensiero sia la felicità de’ suoi schiavi, che non segua se non le sue passioni, che misuri ogni cosa dalla propria utilità. Mettete a quest’uomo la collana d’oro, ornamento che significa il complesso e l’unione di tutte le virtù; ponetegli sul capo la corona arricchita di pietre preziose, il che lo avverte d’essere in obbligo di sorpassare tutti gli altri in ogni sorta di eroiche virtù; dategli in mano lo scettro, quello scettro ch’è il simbolo della giustizia, e di un’anima completamente incorruttibile; vestitelo finalmente della porpora, che dinota un vivo amore pei popoli, ed un ardentissimo zelo por la loro felicità. Io son di parere che se questo monarca confrontasse i suoi reali ornamenti colla viziosa sua condotta, non potrebbe a meno di provarne vergogna e rossore, e son persuasa che egli temerebbe grandemente d’esser messo in ridicolo insieme coi suoi simbolici fregi da qualche sensato e lepido chiosatore.
Da "Elogio della Follia" di Erasmo da Rotterdam

domenica 13 maggio 2012

Un piccolo capolavoro

 
Questa splendida lettera autografa del Prof. Meles, mio vecchio insegnante di greco e latino, merita di essere pubblicata e letta dai miei cinque lettori.  
È una perla di stile e di umanità. Almeno per me.

giovedì 10 maggio 2012

Elogio dell'elogio...


In questa bella casa visse i suoi anni giovanili il Prof. Nicola Petruzzellis, gloria (quasi sconosciuta ai più) della città che mi ospita. A Trani infatti non esiste una via, un monumento o una semplice lapide commemorativa che Lo ricordi ai posteri.
È davvero singolare il destino degli uomini. C'è chi -  ancora in vita  -  è esaltato e considerato molto al di sopra dei propri meriti e chi invece, pur avendo acquisito massime benemerenze nei campi più disparati, viene posto subito nel dimenticatoio non appena calato il sipario.
Ma gli spiriti eletti, anche se snobbati,  lasciano comunque tracce seguendo le quali è possibile risalire alla loro grandezza e, attraverso i loro scritti, attingerne a piene mani.
Singolare è anche il destino dei libri. Secondo me i libri, come tutte le cose, hanno un'anima. O qualcosa che le assomiglia molto.
E, così, un piccolo, straordinario libro, guarda caso con presentazione e note di Nicola Petruzzellis, è giunto proprio oggi, per vie semi misteriose, nelle mie mani.
Sono sempre stato restio ad acquistare o leggere libri usati ma questo libro, ancora in buona salute anche se con le pagine ormai ingiallite dal tempo, mi ha conquistato immediatamente.
L'edizione è del 1970, il suo costo - all'epoca - di L.500.
A pagina 61 (§ XXIX - COMMEDIA DELLA VITA) ho trovato l'unica, discreta sottolineatura in rosso (di appena 9 righi) che però non mi ha procurato alcun fastidio. Anzi me lo fa amare di più!
È come se sull'uscio di casa si fosse presentato, col suo bravo collare, un tenero cagnolino rimasto senza  padrone ma ancora bisognoso di affetto.
Se poi si considera che il libro è il dono fraterno di un amico - ritrovato anche lui per vie semi misteriose -, allora questo libro diventa per me davvero prezioso. Questo volumetto edito da Mursia e miracolosamente sfuggito all'abbandono, merita da oggi un posto d'onore nella mia modesta libreria ed anche un grandissimo elogio! 
Non per nulla il titolo è ELOGIO DELLA FOLLIA di Erasmo da Rotterdam.
Oltre tutto mi mancava.
Lo leggerò con rispetto e gratitudine.